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D.O.C.









sabato 22 febbraio 2014

TUTTO EBBE INIZIO PER CASO

di  Eugenio Liserre, ex combattente e storico della divisione “Garibaldi”

Fu alla mensa – cena dell’8 settembre – che all’improvviso entrò, trafelato e spaventato, un sottufficiale, si diresse verso il Maggiore comandante e lo informò che la radio aveva data notizia dell’armistizio. Mentre, quasi contemporaneamente, si udiva provenire da fuori qualche grido e un crescente rumoreggiare, alla mensa seguì quello che l’evento deve aver fatto accadere in ogni consimile luogo: l’evviva di alcuni, il dissenso di altri, il silenzio dei più.
Nella scala degli evviva occupò il primo posto l’ufficio medico Decio Rubini, di Nereto (Teramo), i cui noti sentimenti antifascisti esplosero con entusiasmo quasi infantile, nono- stante non fosse più nel verde degli anni. Povero Rubini! Morirà sette mesi dopo, contagiato e stroncato dal tifo esantematico. Il giorno seguente fu animatissimo. L’inerzia era finita. Fervevano conciliaboli, ognuno voleva sapere cosa pensassero gli altri, l’ebollizione degli animi prevalse sull’abbattimento. Solo il vice comandante del battaglione, un capitano anziano (classe 1899), milanese purosangue, andava ripetendo sottovoce, nel suo dialetto, ai più fidati: “farem la fin del ratt” (faremo la fine del topo). Che non avremmo fatta la fine del topo nessuno poteva prevederlo. Ma, soprattutto, imprevedibile, inimmaginabile, fuori da ogni ipotesi era l’evoluzione risolutiva che stava per accendersi a pochi chilometri da noi.
La salvezza – drammatica e tumultuosa, ma salvezza – venne dalla vicina Kolasin.
Kolasin è stata nominata come una delle tre strade che si dipartivano e riconducevano a Matesevo. Era un grosso abitato e un grosso presidio, con caposaldi ben muniti, difesi da soldati d’anziano servizio e ufficiali affiatati ed esperti. Toccò al più anziano (classe 1900) e più elevato in grado di loro, il capitano Mario Riva – anch’egli, come Rubini, prossimo ad immolare fra i primi la vita –farsi strumento inconsapevole di un evento che sembrava un semplice episodio e invece fu un evento nel pieno senso della parola, perché salvò due divisioni, delle 32 che operavano nei Balcani, le strappò alla tragica fine delle altre 30, e le incanalò in una direzione e in un impiego impensabili. E’ qui necessario fare cenno agli effetti che la capitolazione italiana aveva prodotto sul morale e sui piani strategici dell’Esercito popolare di liberazione jugoslavo, l’esercito meglio conosciuto come “i partigiani di Tito”. Il morale di questi salì alle stelle e nella prospettiva strategica l’obiettivo immediato fu impadronirsi dell’armamento italiano. Disarmare gli italiani non era tuttavia molto facile, a causa della numerosa ...concorrenza. La stessa intenzione aveva la Wehrmacht, già allertata e pronta ad entrare in azione. Poi c’erano le bande locali oscillanti tra le varie forme di collaborazionismo: i cetnici, formalmente ancora alleati degli italiani, e da sempre, infidi, i musulmani; senza contare gli ustascia croati.
Ovviamente i più temibili rimanevano i tedeschi, decisissimi a non permettere che le armi italiane finissero nelle mani di Tito. Come in consimili situazioni spesso accade, più forte di tutti fu il caso, e il caso prese forma di quel capitano Mario Riva che abbiamo già nominato. Riva aveva il comando della sesta compagnia del 1° battaglione dell’83° reggimento fanteria “Venezia” e difendeva il più determinante caposaldo del sistema difensivo di Kolasin. Sempre all’erta per sua natura, alla notizia dell’armistizio allertò tutto e tutti, anche le pietre. Non ci fu angolo del caposaldo che non tenesse le antenne alzate e spalancate a 360 gradi, ad ogni ora del giorno e della notte. La notte, soprattutto; dato che nei caposaldi ben si sapeva che i più probabili assalitori sarebbero stati i partigiani, e questi erano soliti attaccare di notte. Riva attese. E la notte attesa arrivò. Arrivò alle 22 del 26 settembre e durò fino all’alba del 27. La breve linea d’aria che separava il caposaldo di Kolasin da noi, a Matesevo, risuonò i colpi di tutte le armi, tre volte. Tre furono gli attacchi – decisi, rabbiosi, intensissimi – che i partigiani sferrarono al caposaldo di Riva. Respinti. Con loro grande stupore, all’alba del giorno seguente, dopo il terzo attacco, furono costretti a desistere. Erano partiti sicuri di averne ragione, ristettero stupiti ed ammirati insieme. Tutto si poteva dire dei titini fuori che non fossero sinceri, anche un po’ fanaticamente, nell’ammirare il coraggio e la valentia nel combattere. Dopo l’avvilente prova del loro esercito regolare di fronte all’attacco tedesco del 1941, essi avevano perduto, o voluto perdere, il senso della differenza tra guerra e guerriglia e in questa erano diventati imbattibili anche per una elementare ragione: di fronte al nemico soverchiante il loro codice non prevedeva resistenza ad oltranza bensì l’eclissamento; dovevano dileguarsi subito, la perizia nel dileguarsi costituiva azione doverosa e altamente meritoria. Come facessero era un segreto che non siamo mai riusciti a carpire, rimanendone noi stessi vittime in seguito, quando, nei combattimenti congiunti di loro e nostri reparti, accadeva che sparissero senza avvisarci, lasciandoci coi fianchi scoperti.
All’alba, dunque, del 27 settembre, i galvanizzati soldati di Riva videro avvicinarsi ai reticolati tre parlamentari partigiani (due uomini e una donna, una “drugarica”). Chiesero di incontrare il comandante. Riva era lì presente e si qualificò. Lo salutarono col pugno chiuso, lui rispose col saluto militare. I parlamentari dissero di venire a nome del generale comandante del Corpus (il Corpus equivaleva a un Corpo d’Armata) al quale apparteneva il reparto che aveva attaccato il caposaldo: riferirono che il Generale riconosceva il valore dimostrato dai soldati italiani ed esprimeva il desiderio di incontrarne il comandante. Riva, senza dubitare un istante della lealtà dell’ambasceria, accettò l’invito e, dopo aver dato brevi istruzioni al suo vice, scese con i tre partigiani a Kolasin. Qui nella persona del Generale incontrò una specie di alter ego: quello previsto dal Caso. Difficile indovinare cosa sarebbe accaduto (di ventimila e più uomini) se il generale fose stato altri da quello che Riva incontrò. Era costui, per il grado che rivestiva, giovanissimo, si chiamava Peko Dapcevic, aveva combattuto contro Franco e i falangisti nella guerra civile spagnola e si trovava ora, per la fiducia di Tito, al comando di un Corpus, il II, dell’EPLJ. I termini precisi del colloquio fra Dapcevic e Riva non sono noti, stante anche la ritrosia di Riva a parlarne, e i pochi giorni ancora che il destino gli permetteva di vivere (22 giorni, per l’esattezza). Ma dalla relazione particolareggiata che in quelle ore fece il suo vice, tenente Ivio Quintarelli, si sa che Riva risalì sul caposaldo dopo poco più di mezz’ora, e appariva – lui, solitamente impassibile – molto emozionato. Si diresse verso il radiotelegrafista e gli ordinò di fare di tutto per metterlo in comunicazione col generale comandante della divisione, Oxilia. Il radiotelegrafista fu fortunato e attivò il collegamento. Molte le persone che ascoltarono la telefonata, molte quindi e concordi le testimonianze su quanto Riva comunicò al gen. Oxilia.
 Questo in sintesi: “Signor Generale, siamo ancora sul caposaldo, liberi e in armi. Su richiesta dei partigiani abbiamo acconsentito ad una tregua. Essi, per voce del loro comandante gen. Peko Dapcevic, in considerazione della nuova situazione in cui si trova l’Italia a causa dell’armistizio, chiedono la nostra collaborazione nella lotta ai tedeschi. In caso di rifiuto saranno costretti a proseguire nei combattimenti, per occupare i nostri presidi”. Colto di sorpresa, il gen. Oxilia rispose nella prima parte col buon senso, nella seconda alla vecchia burocratica maniera. Prima parte: “...ho bisogno di almeno 48 ore per esaminare la situazione”. Seconda parte: “...e ricevere per radio adeguate istruzioni dall’Italia”. Date le circostanze, questa seconda parte rasentava un po’ il ridicolo, ma il generale non era evidentemente in grado di rendersi conto della assoluta “novità” dell’evento. Tanto meno poteva rendersene conto il suo staff, dal generale Isasca, vice comandante della divisione, allo stato maggiore tutto: in seno al quale dev’essere scoppiato il finimondo. Alla prudenza e flessibilità del comandante Oxilia si oppose subito, infatti, l’intransigenza di Isasca, il quale chiese e ottenne che una colonna armata fosse subito approntata e muovesse alla volta di Kolasin per liberare Riva e respingere le proposte di Dapcevic. Sventurato generale Isasca! L’incredibile piega che prenderanno, subito dopo, gli eventi, faranno sì che egli subisca il calvario, in tre tappe, della irremovibile sentenza, e condanna, del Tribunale partigiano: 1- arresto; 2-un anno e mezzo di umiliante trattamento in detenzione; 3-a guerra conclusa, la fucilazione. Ma cosa accadde quando la colonna italiana mandata a liberare Riva e il caposaldo si avvicinò a Kolasin? Accadde che da una parte presero fiato e ardire i cetnici, eterni nemici e odiatori odiati dei partigiani; dall’altra Dapcevic (che non rinuncia ad attendere la risposta di Riva) corre ai ripari, chiama in suo aiuto un’altra brigata partigiana che era nelle vicinanze e ha ragione con le armi degli uni e degli altri, ossia dei cetnici e dei contro-offensori italiani.
Dopo questi eventi, e nel protrarsi del silenzio di Oxilia oltre la scadenza delle 48 ore, altri che non fosse stato l’ispirato Dapcevic avrebbe considerata fallita l’operazione Riva. Ma il giovane e intelligente generale jugoslavo ebbe intuito e aspettò. Forse di meno intuito, ma altrettanto testardo, fu Riva ad inviare messaggeri e sollecitare la risposta di Berane (Comando Divisione). Berane, a sua volta, attendeva risposte dall’Italia. Che non vennero mai. Venne invece notizia che nella zona di Niksic e dalle Bocche di Cattaro reparti della divisione alpina “Taurinense”, per prevalente iniziativa del comandante del gruppo d’artiglieria “Aosta”, maggiore Carlo Ravnich, avevano puntato i pezzi e sparato contro una colonna tedesca, iniziando le ostilità. Tanto valse a far decidere Oxilia e configurare ai suoi occhi la prospettiva che gli eventi avevano ormai disegnata: l’alleanza tra i reparti della “Venezia” e della “Taurinense” con l’EPLJ. Per accettare di incontrarsi col gen. Dapcevic, e quindi aprire ai partigiani la porta di Berane, Oxilia chiese che ai militanti cetnici, tuttora formalmente alleati degli italiani, e alla popolazione civile di sentimenti cetnici, fosse garantita la sicurezza dell’evacuazione. Fu concesso, e così avvenne. Oxilia e Dapcevic s’incontrarono. Seguì l’esultante ingresso dei partigiani a Berane. Il dado era tratto. Due divisioni dell’esercito italiano che avevano giurato fedeltà al Re, si alleavano con i comunisti di Tito. Ventimila uomini evitavano la rappresaglia e la prigionia tedesca. Ma iniziava per loro una strada tutta in salita.

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