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D.O.C.









venerdì 6 dicembre 2013

IL FRATELLO MINORE DELL' IMPERATORE DI FRANCIA NAPOLEONE BONAPARTE

Se passate per Canino, comune del viterbese, questo fine settimana avrete la piacevole sorpresa di scoprire la Sagra dell'Olivo. L'olivo di Canino ha ottenuto il D.O.P. talmente è rinomato nel Mondo, come l'oro verde dell'Alto Lazio o della Maremma Laziale.
Gran finale tra il 7 e l'8 dicembre prossimi: rievocazioni medievali, ma soprattutto la bruschetta la farà da regina.
Se vi aggirerete per le stradine del piccolo paese che non supera i 6.000 abitanti, scoprirete una storia napoleonica sconosciuta ai più ma non ai caninesi che ne vanno fieri per aver ospitato niente di meno che il fratello minore del grande Bonaparte, Luciano.

Un detto locale dice che "il vero caninese non morde" perchè sono gente laboriosa ed ospitale, e chiunque si stabilisce da loro con l'intento di lavorare sodo è ben accetto, nessuna preclusione pregiudiziale di razza, colore, religione o provenienza geografica.

Facciamo un salto nella storia: Castello di Saint-Cloud, a poca distanza da Parigi, 9 novembre 1799.
Fatta trapelare la falsa notizia di un complotto realista per rovesciare la repubblica, Napoleone riuscì a far votare al Consiglio degli Anziani e al Consiglio dei Cinquecento una risoluzione che trasferisse le due Camere il 18 brumaio (9 novembre) fuori Parigi, a Saint-Cloud; Napoleone fu nominato comandante in capo di tutte le forze armate. Ciò fu fatto per evitare che durante il colpo di Stato qualche deputato potesse sollevare i cittadini parigini per difendere la Repubblica dal tentativo di Napoleone. L'intenzione di Napoleone era quella di portare le due Camere a votare autonomamente il loro scioglimento e la cessione dei poteri nelle sue mani. Non fu così! quella volta Napoleone si dimostrò un vero imbecille e se il colpo di Stato del 18 Brumaio (9 Novembre), non fu un disastro di certo non lo si deve all' arte oratoria del Generale ... ma grazie alla presenza di spirito del giovanissimo Luciano Napoleone.
 Nel Consiglio dei Cinquecento qualcuno aveva già cominciato a gridare “Abbasso la dittatura! Morte ai tiranni!”. Bianco come un cencio, Napoleone si era impappinato, aveva pronunciato frasi ridicole (“Ricordatevi che io procedo accompagnato dal dio della Vittoria e dal dio della Fortuna!”), gli avevano messo addirittura le mani addosso per malmenarlo ed era quasi svenuto, sostenuto da quattro granatieri che cercavano di proteggerlo dai pugni che piovevano da tutte le parti. In questo parapiglia il suo segretario, Bourrienne, gli ha urlato: “Generale uscite, non sapete più quello che dite!”. L’azione stava fallendo, gli altri congiurati avevano già le carrozze pronte per la fuga. 
Per fortuna del futuro Imperatore, in quel drammatico frangente, a qualcuno non hanno ceduto i nervi ed è riuscito a prendere in mano la giornata. Luciano Bonaparte, presidente del Consiglio dei Cinquecento (carica ottenuta grazie ad un bel po’ di maneggi, visto che prevede un minimo di 30 anni, mentre lui ne ha 23) ha la lingua sciolta e sa muoversi tra questi tumulti politici. Esce nella corte dove sono schierati i granatieri che il fratello si è portato dietro e li arringa: “In nome del popolo chiedo ai soldati di liberare con le baionette la maggioranza dei deputati minacciati dai pugnali di alcuni!”. Un fremito serpeggia tra i ranghi, ma i soldati rimangono in posizione. Insiste Napoleone: “Soldati, vi ho portato sempre alla vittoria, posso contare su di voi?”. Qualche rado segno di approvazione, ma gli uomini non scattano ancora. A quel punto Luciano opta per il coup de théâtre. Sguaina la spada, l’appoggia al petto del fratello e grida: “Giuro di uccidere mio fratello se mai minacci alla libertà dei francesi!”. Finalmente le acclamazioni e il rullare di tamburi. Alla testa di Murat i granatieri fanno irruzione nell’Orangerie di Saint-Cloud e svuotano la sala. Vetri infranti, fuggi-fuggi di deputati con i loro mantelli rossi svolazzanti e fine della Rivoluzione. È grazie a questo fratello più giovane se Napoleone potrà un giorno sedersi sul trono di Francia.
 
Luciano Bonaparte nacque ad Ajaccio il 21 marzo 1775, terzogenito e di sei anni minore di Napoleone. La Rivoluzione Francese ne accese l’animo come fa un detonatore con una bomba. Durante il Terrore si firmava “Bruto Bonaparte”, cittadino sanculotto, anche se non risulta si sia macchiato di alcun delitto, anzi, se dobbiamo prestare fede alle sue memorie, in un’occasione e a rischio della testa,salvò parecchi innocenti dalla ghigliottina. Nel periodo in cui si fregiava del nome dell’uccisore di Cesare, sposò Christine Boyer, la figlia analfabeta di un locandiere, un matrimonio che non piacque all’autoritario ed ambizioso fratello (nel 1794 Napoleone cominciava a diventare un personaggio in vista) e che innescò una conflittualità quasi perenne tra i due. Tuttavia, come abbiamo visto, è a lui che si deve il successo del colpo di Stato di Brumaio, situazione che certamente generò in seguito un’inconscia gelosia in Napoleone che, pur di sottomettere l’orgoglioso fratello, non esiterà a mettere in atto un rabbioso dispotismo domestico, a cui Luciano resisterà fino all’ultimo.
La moglie Christine morì prematuramente il 14 maggio 1800. Dopo essere stato in Spagna come ambasciatore, dove aveva intessuto un’appassionata relazione con la fascinosa madrilena doña Ana Maria marchesa di Santa Cruz, al rientro in Francia Luciano sposò segretamente nel 1803 l’avvenente Alexandrine de Blescamp (vedova Jouberton, uno speculatore che poco prima di fallire si era trasferito a Santo Domingo) e madre di una bambina di nome Anne Hippolyte; un matrimonio che frustrò pesantemente il progetto del Primo Console di maritare Luciano all’Infanta di Spagna e che scatenò una guerra familiare. Napoleone lo apostrofò violentemente per aver sposato una vedova con prole, definendola per giuntae “bagascia”. Luciano, riferendosi a Giuseppina, rimbeccò: ”E con ciò? Anche tu l’hai fatto, ma la mia non è vecchia, né puzzolente!”. Il risultato di questa amabile conversazione fu l’esilio a Roma, dove Luciano giunse il 29 aprile del 1804, se non altro con una lettera di presentazione al Papa Pio VII in cui si diceva che egli “si dedicava allo studio delle antichità e alla storia”. Luciano fu seguito poco dopo dalla madre Letizia che aveva preso posizione in suo favore, tanto da decidere di non presenziare all’incoronazione di Napoleone a Imperatore del 2 dicembre 1804 a Nôtre-Dame. Piccato, il Sire impose al pittore David, autore del celebre quadro dalle impressionanti dimensioni (oltre nove metri per sei, oggi al Louvre), d’inserire lo stesso la Madama Madre nel dipinto, anche se in realtà la tribuna d’onore rimase con un posto vuoto.

Grazie all’ingente fortuna accumulata mentre era ambasciatore a Madrid e che si stima in svariati milioni di euro di oggi, a Roma Luciano acquistò il seicentesco palazzo Nuňez (oggi Torlonia), in via Bocca di Leone, dove cento anni dopo D’Annunzio avrebbe tenuto alcuni incontri letterari; poi una residenza estiva, villa La Rufinella (detta anche Tuscolana, oggi un albergo) nei pressi di Frascati, un’amena residenza in posizione isolata e dominante, con una vista superba sui monti Sabini. Si diceva che nella stessa zona sorgesse una delle ville di Cicerone, dove l’oratore e filosofo aveva scritto le “Tuscolanae”. La villa divenne presto il suo rifugio prediletto, dove soggiornò più a lungo dedicandosi alle lettere e dove lo sfegatato giacobino si trasformò nel colto e raffinato membro dell’aristocrazia papalina, come ce lo mostra il quadro di François Xavier Fabre al museo napoleonico di Roma, con l’espressione assorta e in mano la “Gerusalemme liberata”, sullo sfondo di un paesaggio bucolico. Nel 1806 (anche se l’atto formale di vendita è del 27 febbraio 1808) Luciano entrò in possesso del feudo di Canino, nel cuore della Maremma, a quel tempo zona selvaggia e malarica.

Pur ostentando la vita del ricco patrizio, dedito agli studi e alla famiglia (dal primo matrimonio nacquero quattro figli e altri 10 ne ebbe da Alexandrine), in realtà Luciano seguiva l’ascesa del fratello attraverso le gazzette e in cuor suo auspicava una riconciliazione che lo rendesse partecipe della gloria di cui la famiglia Bonaparte andava ricoprendosi. Dopo ben quattro anni dall’ultima volta che si erano visti, grazie all’intermediazione degli altri familiari Napoleone e Luciano si incontrarono nel palazzo Guerrieri di Mantova nella notte tra il 13 e il 14 dicembre 1807. Dopo sei ore di estenuanti trattative, durante le quali l’Imperatore aveva offerto mari e monti a patto di
rescindere il matrimonio civile con la Jouberthon (avrebbe potuto tenerla accanto a sé conferendole un altro titolo, ma non con il rango di principessa imperiale consorte), mentre Luciano gli aveva giurato la più assoluta fedeltà, supplicando che il suo matrimonio fosse accettato, l’incontro terminò con una nulla di fatto e i due fratelli ripresero a guardarsi in cagnesco. Nel corso di quegli anni turbolenti, anche Pietro si era messo contro Cesare: dopo l’incoronazione, Pio VII era rientrato a Roma pieno di malanimo verso il Còrso, soprattutto per la presenza militare francese nel centro Italia. Dal canto suo, Napoleone guardava con diffidenza Santa Madre Chiesa: un corpo di spedizione anglo-russo avrebbe potuto sbarcare facilmente ad Ancona, territorio pontificio difeso da una guarnigione insignificante, e tagliare in due l’Italia, minacciando i territori del nord. Così, mentre l’armata principale era impegnata nelle operazioni in Germania, il 18 ottobre 1805 un corpo francese era entrato nella città marchigiana per presidiarla. A quest’atto Pio VII rispose con una lettera che sembrava una dichiarazione di guerra. Tutta l’irritazione che il Vicario di Pietro aveva accumulato nei confronti del novello Cesare esplosero in quello scritto in cui l’elemento religioso si mescolava a quello politico. Il Papa esigeva l’evacuazione immediata della città e minacciava di scacciare l’ambasciatore imperiale. Napoleone se la legò al dito e da allora vide nello Stato Pontificio “una porta dell’Italia sempre spalancata al nemico”. Nel 1809 i rapporti giunsero al punto di rottura. L’8 febbraio truppe francesi occuparono Roma. Il Papa scomunicò l’Imperatore e quest’ultimo mise ai ferri il rappresentante di Cristo in terra, trasferendolo di forza a Savona. 
In questo drammatico frangente, Luciano cominciò a pensare seriamente alla partenza. Già gli era giunto per via indiretta l’avvertimento del Sire: “Se Luciano non se ne va da Roma, sarà arrestato!”. Cominciò a vendere tutti i quadri, i cavalli e le vetture. Giuseppe gli prestò denaro di nascosto (Napoleone, in modo piuttosto meschino, aveva ordinato a tutti i suoi familiari di interrompere i contatti con il rivoltoso). L’8 agosto 1810, con moglie, otto figli, un medico e una ventina di persone di servizio, s’imbarcò a Civitavecchia su una nave americana. Purtroppo, una forte burrasca costrinse i fuggiaschi a sostare in Sardegna, sotto controllo britannico e colà gli inglesi arrestarono i fuggiaschi, trasferendoli prima a Malta, poi in Inghilterra. Nonostante Luciano fosse tecnicamente un nemico, la fama della sua orgogliosa resistenza all’Imperatore dei francesi si era sparsa in tutta Europa, rendendolo agli occhi degli inglesi un eroe: l’Orco aveva trovato avversari perfino nella sua stessa famiglia. Grazie a un prestito di novemila sterline, Luciano acquistò il castello di Thorngrove, nel Worcestershire, dove dimorò dedicandosi all’astronomia e al poema su Carlo Magno che andava componendo. Attentamente sorvegliato, rimase in Inghilterra fino al 1814.

Nel frattempo, l’Impero napoleonico andava frantumandosi nelle steppe di Russia e infine sui campi di Lipsia. Il 20 marzo 1814, abbandonato dai suoi marescialli, dalla moglie Maria Luisa d’Austria e persino dal suo cameriere, Napoleone partì per l’esilio all’isola d’Elba. Pio VII, rientrato a Roma, ricevette da Luciano una commovente lettera in cui affermava che “quantunque perseguitato ingiustamente da Napoleone, non posso rimanere indifferente alla punizione che il cielo gli ha inferto. Dopo dieci anni, questo è il solo momento in cui mi riconosco ancora come suo fratello. Lo perdono, lo compiango e prego affinché ritorni alla Chiesa”. Il 18 agosto, per il leale e sincero attaccamento dimostrato alla Santa Sede, il feudo di Canino fu elevato all’onore e al titolo di principato. Anche questa è gloria, ma dai Cento giorni ne venne di altra. Il 9 maggio 1815, rientrato alle Tuileries, l’Imperatore abbracciò Luciano decorandolo con la Legion d’Onore. Il principe romano, in ossequio a quella solidarietà còrsa che non sarebbe mai venuta meno e nella speranza di un nuovo ordine liberale da contrapporre al vecchio regime dinastico europeo, smise l’abito elegante del patrizio per indossare nuovamente quello dell’amico della libertà dell’anno VII della Repubblica. Waterloo spense l’illusione. Corsi e ricorsi della Storia: Luciano aveva innalzato Napoleone nel 1799 e, nonostante i rancori, tentò disperatamente di conservargli il trono nel 1815, ma invano: l’ex sovrano non aveva più la forza per imporre il suo regno.

La tempesta era passata, era il momento della reazione legittimista. Luciano tornò a Roma, sorvegliato politico come gli altri Bonaparte dalle polizie di tutta Europa. Il Papa, riferendosi al ruolo tenuto durante i Cento giorni, gli disse: “Mi avete ingannato”. Ciononostante, dimostrando grande nobiltà d’animo, Pio VII si oppose sempre a qualsiasi vessazione nei confronti di Luciano e degli altri Bonaparte che avevano trovato asilo nella città eterna e non mancò di resistere vigorosamente alle richieste di attuare un particolare rigore poliziesco nei loro confronti. Benché conducesse una vita ritirata, il desiderio di riscatto albergava ancora nell’animo del principe di Canino. Nel 1817 fece infatti richiesta di un passaporto per gli Stati Uniti, tentando contemporaneamente di vendere proprietà immobiliari e quadri per realizzare quanta più liquidità possibile, il che gettò nel panico la polizia che sospettava (pare non a torto) un progetto di ricostituzione dell’impero bonapartista nel Nuovo Mondo. L’autorizzazione all’espatrio fu negata e la sorveglianza intensificata. Qualcuno propose anche l’internamento di Luciano in Austria, Russia o Prussia.

Verso il 1818 la situazione finanziaria di Luciano e Alexandrine si fece allarmante. Dopo 15 anni di spese continue, il principe dovette vendere i suoi gioielli: la Rufinella e il palazzo Nuňez, oltre a numerosi quadri, tra cui un Gherardo delle Notti, due Luigi e un Annibale Carracci. Molti creditori minacciavano di chiedere in tribunale il suo fallimento. Un ulteriore colpo fu poi la morte a Sant’Elena di Napoleone, cui Pio VII aveva inviato la propria benedizione in segno di perdono. Un’epoca grandiosa era davvero finita e Luciano cominciava a percepire le ombre dell’oblio, benché il fuoco della rivoluzione covasse sotto le fragili impalcature della Restaurazione, pronto a divampare ancora in tutta la sua veemenza. Le idee che avevano infiammato il giovane Bonaparte non sarebbero morte con lui. Il destino aveva ancora in serbo per Luciano un’ultima avventura, non politica, ma archeologica. All’inizio del 1828, in un campo chiamato Cavalupo, fu scoperta casualmente una grotta contenente due antichi vasi. Su impulso dei principi di Canino, si scavò ulteriormente e nel giro di quattro mesi furono rinvenuti oltre duemila reperti. La località era l’antica Velx (Vulci). Gran parte dei vasi scoperti non erano etruschi, ma attici. Complessivamente, ne furono scoperti cinquemila, che oggi fanno la gioia dei visitatori dei musei di Roma, Parigi, Londra, Berlino, Copenaghen, San Pietroburgo, Boston e Filadelfia. Grazie a questi ritrovamenti, la fama di Luciano si accrebbe. Inoltre, la vendita di gran parte del materiale diede al precario stato finanziario di Luciano una boccata di ossigeno. Mentre in Europa imperversava il vento delle nuove rivoluzioni, il momento della separazione terrena tra Luciano e Alexandrine, vissuti in armonia per quaranta anni, si avvicinava. Nel giugno 1840, la salute di Luciano declinò. Il medico suggerì un cambiamento d’aria, Canino era troppo insalubre. La scelta fu di passare l’estate a Siena. Non fece in tempo a giungervi e dovette fermarsi a Viterbo, dove nella notte tra il 29 e il 30 il principe rese l’anima serenamente, assistito dalla moglie, dalla figlia Costanza e dal suo confessore e compagno d’avventure astronomiche e archeologiche padre Maurizio Malvestito. Le sue spoglie furono deposte nella cappella gentilizia di Canino, dove tuttora riposano. Fervente rivoluzionario, oratore politico passionale, studioso erudito e uomo di grande fermezza d’animo, tanto da riuscire a resistere ad un fratello autoritario e intollerante come Napoleone, ma durante i Cento Giorni non abbandonò il fratello, mostrando una grandezza d’animo fuori dal comune:questo fu Luciano Bonaparte.

Testo storico di Armando Russo, da: THE BONAPARTES” – I FRATELLI DELL’IMPERATORE Luciano, il ribelle nobile




 

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