Questo pupazzetto non ci rappresenta, ma esprime lo stato d'animo della precarietà,
a cui non Vogliamo Assomigliare ...
la scelta è ... In Direzione Ostinata e Contraria
D.O.C.









sabato 6 luglio 2013

A MEMORIA D'UOMO


Se ti aggiri per  Viterbo  rimani suggestionato dalle mura, dalle stradine e dall’atmosfera di una cittadina medievale-rinascimentale adattatasi alle necessità del vivere contemporaneo. Ignorandone completamente la storia recente,  e soprattutto venendo da Roma, ti accorgi che ciò che sembra vecchio  è stato ricostruito, pur con materiali originali, ma non per il piacere di rievocare un passato che la città ha conosciuto e che l’ha resa magnificente …  ma perché qualcosa di tremendo l’aveva ferita.
Mi aggiro per le vie della città, incuriosito e desideroso di osservare tutto quanto sia possibile …  Viterbo ha significato molto per la nostra famiglia, tant’è che nostra sorella porta il nome di Rosalba  perché nata all’alba e perché S. Rosa  fu diciamo così galeotta,   fornì l’occasione ai miei genitori d’incontrarsi . Nel 1938, mia madre aveva poco più che tredici anni, ed era già una bella ragazza. La sua famiglia al completo … patriarca e consorte, figli con generi, nuore e nipoti decisero di partire da Montopoli in Sabina per andare in pellegrinaggio a Viterbo dopo una nefasta serie di eventi luttuosi che l’avevano mutilata e segnata profondamente.
Una foto  di quel giorno giunse anni dopo, nel 1943, in Yugoslavia, per mezzo di Alfredo cugino di nostra Madre, che fece vedere una delle foto della sua famiglia al completo ad un suo commilitone, nostro Padre, allora poco più che diciannovenne e che rimase colpito  dalla bella mora con il borsalino  in testa, ripromettendosi che se fosse tornato  dalla guerra tutto intero l’avrebbe conosciuta. Forse è per tutto questo  che a  Viterbo  mi sento a mio completo aggio.

Sulla famigerata cattiva fama dei viterbesi di essere poco socievoli con gli estranei, mi pare, da quel che vedo con i miei occhi, una diceria bella e buona messa in giro dai discendenti dell'antica città di Ferento, città rivale che fu distrutta dai viterbesi nel gennaio del 1172, mai ricostruita talmente era forte l'odio tra le due cittadine. Nel rione di San Faustino ci sono molti discendenti di Ferento, così nella valle Teverina e alle grotte di Santo Stefano.

 Per caso arrivo di fronte alle vetrine di un elegante e curato negozio di scarpe e pelletteria, ammiro gli oggetti esposti  ma l’attenzione si focalizza sulle numerose foto ritratte subito dopo il bombardamento del 17 gennaio 1944. Vedo un anziano signore intento a sistemare all’interno del negozio e  mi decido, spinto dalla curiosità per quelle foto, di entrare e di chiedere notizie. Il signor  Francesco Morelli è una persona gentile e di grande animo. La sua vita è stata sconvolta  in quel 17 gennaio 1944, come per molte altre persone di Viterbo. Lui ha preso l'impegno con altri che in quel giorno c’erano, di tramandarne la memoria .
 Parliamo anche della tradizione del trasporto della macchina di S.  Rosa,  che avviene nei primi giorni di settembre, dei ferventi preparativi che la precedono, della fatica dei facchini a cui prima del trasporto è impartita l’estrema unzione,  dell’erta  salita che porta al Santuario di Santa Rosa … tutto  rende l’evento ogni anno straordinario ed imprevedibile. Mi fa vedere la fotografia della macchina che videro i miei parenti  nel  1938, e provo un misto di allegria e di commozione, per questo ponte temporale che mi lega ad un giorno così lontano e denso di significati.
Poi il Signor Francesco comincia a ricordare il giorno di S. Antonio del 1944, quel 17 gennaio   una bella giornata di sole, che non ti aspetti  si trasformi in pochi secondi  in un giorno infernale e di morte.  
Alle 13.15, ora di massimo affollamento nella zona tra le stazioni di Porta Fiorentina e Porta Romana, una violenta incursione miete numerose vittime tra i cittadini e i pendolari che non hanno via di scampo.

 A questa incursione seguirono 5 mesi di calvario in cui la città e la provincia furono martellate da bombardamenti e mitragliamenti; il transito lungo le strade, spesso funestato da morti, costituiva un costante pericolo. Si univa all'orrore della guerra la difficoltà di approvvigionamento e quindi il continuo assottigliarsi delle razioni distribuite con le tessere annonarie. In questo stato di precarietà, aggravato dal problema dei senza casa e degli sfollati, ci si avvia all'ultima fase dei bombardamenti.

Dopo la mezzanotte del 25 maggio '44, circa 70 bimotori inglesi "Wellington", attaccarono la città. Per la prima volta in Italia gli inglesi usarono bombe da due tonnellate: fu un'ora di incubo per i viterbesi rifugiati nei sotterranei mal protetti o addossati ai muri maestri delle loro case, coll'orecchio teso a carpire il sibilo delle bombe. In questa e nelle incursioni incessanti dei giorni seguenti vaste aree della città furono ridotte in macerie. Particolarmente colpita la zona compresa tra Piazza Fontana Grande, Porta Romana e Porta della Verità. Proprio in quei giorni furono sbriciolati antichissimi monumenti come il complesso monumentale di Santa Maria in Gradi, la Cattedrale e i magnifici palazzi gentilizi che avevano sfidato i secoli. Gravi furono le perdite umane cui seguì l'esodo in massa che lasciò Viterbo muta e deserta.

Fino al 7 giugno sulla città volteggiarono aerei che mitragliavano le colonne in ritirata. Non si sapeva se i tedeschi avrebbero resistito in città o ripiegato a Nord. Poi, all'alba del 9 giugno giunsero le prime pattuglie americane. Nella notte i tedeschi si erano ritirati.”
Il Signor Francesco è uno dei più attivi promotori del giorno del ricordo del Bombardamento della Città, colpisce la sua umanità e la sua indole gentile, il suo parlare semplice, senza retorica, senza eccessi … la sua comunicazione è emozionale, ti riporta a quegli anni, a quelle ore, con ricordi che sono istantanee della memoria …  è divenuto un prezioso tramite, una porta spazio temporale, che comunica direttamente alle coscienze delle nuove generazioni affinché comprendano che la guerra raccontata dai films di Hollywood o dalle cronache dei mass media è tutt’altra cosa da quella reale, vissuta in prima persona, subita sulla propria pelle e dei propri cari. 

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