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D.O.C.









domenica 20 gennaio 2013

UNA PERSONA UN "PO" PARTICOLARE


Se cerchi notizie su Janet Frame, scrittrice neozelandese (1924-2004),  una delle maggiori scrittrici anglosassoni del '900, candidata più volte al premio Nobel sulla letteratura, troverai sottolineati due aspetti particolari: la sua eccessiva timidezza  ed il suo ricovero in un ospedale psichiatrico a causa di una diagnosi sbagliata.
 La mia curiosità è scaturita dopo aver visto il film “un angelo alla mia tavola” del 1990 diretto dalla regista Jane Campion  ( la stessa regista di "lezioni di piano").  Da subito mi ha colpito lo stile narrativo del film, l’uso di flash back, inizialmente cortissimi, come delle impressioni, poi nel proseguo degli anni della protagonista sempre più lunghi … come accade ad ognuno di noi se ripensa ai primissimi ricordi e prosegue a ricordare il succedersi degli eventi fino al momento presente della propria vita.
La cespugliosa ragazza dai capelli rossi non è quello che parrebbe ad una prima occhiata, non è eccentrica e svitata come Pippicalzelunghe, ne un giamburrasca, ma una tenerissima ragazzina, dolce e silenziosa, introversa ed intelligentissima dotata di una ipersensibilità non comune che la pone fuori dai canoni “normali”, da ciò che ci si aspetterebbe da una ragazzina di quella età, calata nel suo tempo. La sua famiglia, vive una povertà dignitosa, in una giovialità e vitalità tipica di una famiglia con tanti figli, ma non lontana da  stimoli culturali e dalla vita sociale. Janet dimostra una predilezione ad osservare, ascoltare e scrivere … risulta fin dal principio particolarmente dotata, evidenziandosi a scuola per la capacità di esprimere per iscritto le proprie emozioni, nel cogliere il succo delle cose. Janet non è particolarmente scontrosa, ne ha un carattere difficile, ma si palesa come una  ragazza che vive una solitudine imposta per necessità, a volte sofferta, ma sentita come una rassicurante difesa per la sua ipersensibilità, affinata ed amplificata dalla cultura, dalla disciplina e anche dal dolore.
Nei difficili anni dell’adolescenza, anni critici per qualunque individuo, sfugge di fatto ad ogni approccio amoroso, sebbene il suo interesse sia sempre mantenuto vivo e per questo sente la frustrazione di non poter vincere la sua timidezza ed il  senso di goffaggine, tipico di ogni adolescente, ma in Lei, amplificato. Dimostra forza non comune riuscendo ad elaborare il lutto della sorella, annegata per disgrazia, il suo alter ego, ciò che avrebbe voluto essere  o che si augurava di diventare crescendo, ma che sapeva essere altro da se. Ha una cotta non dichiarata  per il suo giovane professore di letteratura  il quale, leggendo un suo scritto la consiglia di rivolgersi ad un centro clinico per un aiuto (va detto che è depressa per aver perso un'altra sorella nelle stesse circostanze della prima, inoltre si rende conto che non potrà insegnare a causa della sua timidezza ... pensa al suicidio, e lo scrive ..  cosa che avrebbe allarmato chiunque) . Lei si fida ciecamente del professore, pensa che sia a fin di bene per se stessa e senza rendersene conto si ritrova assorbita in un calvario che le costeranno otto anni della sua vita e 200 elettrochoc, per una diagnosi   di schizofrenia poi rivelatasi sbagliata, rischiando anche la lobotomia ... anni che condizioneranno la sua vita futura in modo pesante, ma che non la distruggeranno, grazie alle sue doti non comuni.
Gironzolando in internet ho trovato le solite cose riportate da wikipedia, e poi questo scritto di Serena Gobbo, che colpisce in quanto elabora con del ” suo” , la vicenda umana di Janet Frame, e per questo ho deciso di riportarla per intero
Gli artisti sono tutti un po’ matti: è un’idea comune. Tanto comune che non c’è da meravigliarsi, oggi, se Janet Frame è stata considerata schizofrenica per anni, da una serie di medici che l’hanno ingabbiata in una definizione, ma anche da lei stessa, che, come riconosce in questa autobiografia, "Un angelo alla mia tavola", si era fatta della malattia quasi un guscio protettivo, una giustificazione e uno stimolo per il fatto che scriveva.
Non vorrà passare il tempo a scrivere. Non ci si guadagna. E non è una bella cosa”: ecco solo una delle frasi che le venivano rivolte quando timidamente confessava che era una scrittrice. L’infanzia poverissima, con i lutti familiari, gente che le consiglia di fare l’infermiera perché ne ha la stoffa, i pochi amici che l’hanno aiutata a uscire dal bozzolo schizofrenico, sono solo alcuni dei nodi di questa storia: Janet Frame ha accettato i lavori più disparati, dalla cameriera alla maschera di teatro, senza mai abbandonare l’idea di scrivere, nonostante tutti i dubbi che la afferravano per strada. Gli anni vissuti nell’ospedale psichiatrico (è stata ad un passo dalla lobotomia) sono stati spremuti per tirarne fuori uno dei suoi libri, ed ogni esperienza è stata sfruttata per rendere vive le sue opere.
Tuttavia non è un’opera assimilabile al “Diario di una scrittrice” di Virginia Woolf: la scrittura è il fine che Janet Frame si è posta in ogni minuto della sua vita, ma l’autobiografia parla delle sue paure e delle sue vittorie, analizza il cammino psicologico di una persona un po’ “particolare” che, rientrata da Londra con un certificato medico che attestava la sua sanità mentale, lo mostrava a chiunque la mettesse in dubbio.
Ha dovuto combattere tutta la vita con le etichette e le classificazioni, con le occhiate dubbie della gente che conosceva del suo internamento, e per tantissimi anni si è sforzata di svolgere il ruolo della donnina perbene che non disturbava e che era tanto gentile.
(…) Io per paura continuavo a obbedire e cercavo perfino di adattarmi all’opinione che avevano di me, riservandomi uno spazio di ribellione solo all’interno, in un’immaginazione che non ero neppure sicura di possedere.
L’autobiografia di Janet Frame dimostra come la letteratura in certi casi possa davvero salvare la vita.
Aggiungo solo una cosa che salta agli occhi per chi decidesse di leggere un qualunque libro di Janet Frame, l’estrema limpidezza e purezza del suo sguardo ai fatti della Vita. Il suo pensiero  non è mai distruttivo, è sereno e volto alla Speranza … qualunque cosa gli capiti riesce a non farsene inghiottire, a non farsi sprofondare completamente, grazie al suo sguardo interiore che la riporta a galla, e le fa considerare gli accadimenti della Vita con benevola positività, mai con risentimento ostile e vendicativo, nonostante tutto … accettando la Vita per quella che è: ne buona ne cattiva.

10 commenti:

  1. Sì ho visto il film. Non avevo notato che fosse costruito in questo modo che tu spieghi così bene...Adoro questa regista, tra l'altro. La storia di come questa povera ragazza, di questa scrittrice e poetessa scivoli nella "malattia" mi ha colpito molto nella sua "semplicità" e "normalità", di come una persona del tutto "sana" possa scivolare verso la "malattia". Infatti non avevo neanche ben compreso chi fosse stata la persona che con il suo consiglio la spinge verso quel baratro... Magari invidioso delle sue capacità che lei generosamente gli svela. Per amore magari ?

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    1. La storia è ancora più sorprendente se pensi che anni dopo in Inghilterra, depressa per aver abortito, cerca lavoro come infermiera in un ospedale, ma la sua domanda viene decisamente rifiutata dopo che Lei ammette di essere stata ricoverata per otto anni per schizofrenia. Decide allora si sottoporsi ad una nuova visita, ed è un caso, ma i medici inglesi scoprono che la donna è sostanzialmente "sana", a parte le conseguenze per la degenza in un ospedale psichiatrico, elettrochoc e "compagnia cantando".

      Buona domenica

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    2. mi stupisce che 200 elettrochoc non l'abbiano distrutta.
      evidentemente anche le modalità di questa "cura" barbara erano molto diverse da struttura a struttura.
      continuo a domandarmi perchè lei abbia dato ascolto a quell'uomo...affidarsi ai sentimenti porta su strade assolutamente originali. si è fidata delle parole di chi lei considerava una persona importante...

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    3. 25 all'anno, per due trattamenti al mese, avrebbero stroncato chiunque ...

      Probabilmente aveva più autostima e forza di quanta ne fosse direttamente consapevole, tanto da continuare a scrivere e a lasciarsi vivere, trovando però la forza di sopportare e reagire allo strazio, pur continuando ad affidarsi ai medici, credendo di essere malata e bisognosa di quel trattamento, e delle loro cure... rassegnandosi al suo triste destino.
      Perfino quando le propongono di operarsi non si ribella e non fugge via ... ed è per puro caso che non è diventata un vegetale.

      Era placida come il mare in superfice, ma in profondità aveva forza e vitalità da sopportare anche l'insopportabile ... una natura mite, semplice e troppo buona, come spesso sono le persone con una marcia in più:-)
      cresciuta in povertà, non abituata a ribellarsi all'autorevolezza di chi riveste un ruolo di prestigio e ritiene di essere competente, nella sua arroganza inconsapevole e fin troppo superficiale avendo a che fare in genere con persone indifese:-)

      Buon inizio di settimana
      a Te Nellabrezza

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  2. non la conoscevo, ora ne so di più

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  3. Se non fosse per i capelli rossi, potrei essere io!
    Grazie, Paolo, per la tua segnalazione interessante. Me lo segno come libro da acquistare.

    Hai letto "La ragazza interrotta" di Susanna Kaysen?
    C'è anche il film:
    http://it.wikipedia.org/wiki/Ragazze_interrotte

    E tu, caro Paolo, come stai?

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  4. Ciao O_B
    Farò lo stesso con il libro che mi hai segnalato.

    Senza grandi pretese sono partito da detachement che in qualche modo parla di disagio di vivere, per arrivare al documentario di Zavoli sul pregiudizio sociale, in fine sulla fluidità del concetto di malattia mentale in rapporto alla "visibilità" di un soggetto; e qui mi fermo perché non ho cognizioni tali per approfondire oltre la materia.

    Ciao O_B

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  5. Non hai risposto: come stai?

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  6. Spesso metto in cantiere tante cose da leggere e poi non ci riesco, avevo messo in cantiere Janet Frame e poi non l'ho fatto, il tuo post mi ha rinnovato l'impegno. Ho la videocassetta di quel bel film. Ricordo che ne rimasi turbato per le sofferenze che riuscirono a provocare a quella donna; la stupidità degli intelligenti è la cosa che mi fa più paura. Se mi faccio un po' di forza lo rivedo. ciao

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  7. Ciao Paolo, stasera su La5 il film "Le ragazze interrotte", ore 21.10 circa.
    :-)

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