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D.O.C.









martedì 22 gennaio 2013

IL SILENZIO DEL MARE


Una notte ho visto un vecchio film in bianco e nero, in francese con i sottotitoli in italiano. Nonostante  non fosse proprio comodo leggere i sottotitoli, mi colpì l’estrema semplicità dell’ambientazione, e la originalità della trama … considerato che il regista è francese, Jean Pierre Melville,  e che il film è del 1947, girato a soli due anni dalla fine della guerra … non potei far a meno di guardare fino alla fine.
“Il silenzio del mare” è stato il primo racconto scritto da Jean Bruller, in arte Vercors. Fu elaborato nell’ottobre del 1941  per poi essere pubblicato sulla rivista clandestina “La pensée libre”, fondata dai comunisti nel 1942.
Nella Francia occupata dai nazisti, all’ufficiale tedesco Werner von Ebrennac viene assegnato un alloggio,  in un piccolo villaggio Bretone,  nella casa di un vecchio e di sua nipote.
L’ufficiale tedesco si presentò: “Mi chiamo Werner von Ebrennac”. E aggiunse: “Mi dispiace”. I suoi ospiti non risposero, come faranno sino alla fine del film. L’ufficiale indesiderato era colto e cortese. Faceva il musicista nella vita civile e aveva girato l’Europa. Molto innamorato di Praga, perché “nessuna città ha tanta anima”; e di Norimberga, dove un tedesco “ritrova i fantasmi cari al suo cuore, in ogni pietra il ricordo di coloro che costituirono la nobiltà della vecchia Germania”. Della Francia amava lo Spirito: la sua letteratura, … la più ricca di grandi autori, e la cattedrale di Chartres. Vederla umiliata proprio nello Spirito dall’esercito del suo paese; esserne lui stesso, ufficiale di quell’esercito, un invasore… questa era la fonte del suo immenso dispiacere.
La sera il distinto vecchio Signore e sua nipote si sedevano  sulle poltrone davanti al camino, l’uno leggeva e fumava la pipa, l’altra cuciva. Ogni sera l’ufficiale si preannunciava bussando alla porta, in modo tutt’altro che arrogante, entrava salutava e senza aspettarsi una risposta cominciava un breve monologo, per poi chiudere  augurando la buona notte … prima di andare via. Con il passare dei giorni  per non urtare la sensibilità di chi doveva ospitarlo, si presentò in abiti borghesi, ripetendo sempre il suo rituale all’ingresso e all’uscita, senza mai alterarsi per il muto atteggiamento della bella ragazza e di quel signore che poteva sembrare … un maestro in pensione …  ammirandone il loro dignitoso atteggiamento e comprendendone le ragioni. Non pretese mai una risposta e nemmeno se l’aspettava, non cercò mai di forzarli a parlare.
L’ufficiale, che nella vita di tutti i giorni afferma di essere un musicista, tenta invece di sedurli con la sua dolcezza e le buone maniere, al punto che quando il racconto uscì in Germania, nel 1948, i tedeschi contestarono il suo carattere  eccessivamente delicato per essere credibile.
Nel corso dei suoi monologhi Werner dichiara che l’unico desiderio della Germania era quello di “vincere il silenzio della Francia”, che questo Paese, grazie alla grandezza dei suoi uomini, avrebbe reso migliore la Germania, se solo si fosse decisa a collaborare. Va a dichiarare che la mancanza di sentimenti umani, che tutti rinfacciano al popolo tedesco, è solo la risposta alla loro perenne mancanza di un sentimento d’amore ricambiato. La solitudine li ha resi cattivi ma “per fortuna adesso non sono più soli: sono in Francia. La Francia li guarirà. E vi dirò: lo sanno. Sanno che la Francia insegnerà loro ad essere degli uomini veramente grandi e puri”. Mostra una profonda conoscenza della letteratura francese “Ma se si dice: e la Francia? Allora, chi si leva istantaneamente? Molière? Racine? Hugo? Voltaire? Rabelais? O chi altro? S’incalzano, sono come una folla all’ingresso di un teatro, non si sa chi fare entrare prima” … e un grande amore per il paese “Ho sempre amato la Francia. Sempre …  Soltanto era da lontano. Come la “Principessa Lontana” Si domanda come mai due nazioni di quel livello  si siano fatte la guerra: “Ma questa è l’ultima! Non ci batteremo più: ci sposeremo”. Neanche quando con parole struggenti si paragona alla Bestia della favola “La Bella e la Bestia” riesce a distogliere lo zio e la nipote dal loro proposito di tacere. “Povera Bella!- dice- La Bestia la tiene in suo potere, impotente e prigioniera, le impone ad ogni ora del giorno la sua implacabile e greve presenza … Ma la Bestia è meglio di quel che non sembri …Ma ha un cuore, si, ha un’anima che aspira ad elevarsi. Se la Bella volesse!... La Bella ci mette molto tempo a volere. Tuttavia, a poco a poco … cessa di odiare, quella costanza la commuove, ella tende la mano …Di colpo la Bestia si trasforma … : essa è ora un cavaliere assai bello e puro …  La loro unione origina una felicità sublime. I loro figli, che sommano e fondono in sé i doni dei genitori, sono i più belli che abbia portato la terra”.
Il giovane ufficiale si è innamorato della ragazza, che a sua volta non è indifferente a tanta cortesia, gentilezza, sensibilità e buona fede: l’ufficiale crede profondamente in quello che dice. Dichiara tutta la sua ammirazione per la Francia, per  i francesi fieri ed orgogliosi come lo sono  il vecchio e la nipote.. ostinati, taciturni ...  non come quelli del governo di Vichy, che lui apertamente disprezza... perché non rappresentano il vero spirito della Francia. 
Il vecchio signore si accorge della non indifferenza della nipote, da piccoli movimenti delle dita, mentre lei cuce, anche se l’espressione del viso non lascia trasparire nulla. Il vecchio signore prova dispiacere per quel povero diavolo, così diverso dai suoi arroganti colleghi , ma non dice nulla, nei vari incontri serali, che giorno dopo giorno si susseguono e a cui si sono abituati.
Il parlare, il rispondere a questi tentativi di conquistare il loro cuore, sarebbe stato per i due protagonisti uno scendere a patti con il nemico numero uno. Devono tacere per non mostrare i loro veri sentimenti nei confronti di questo giovane dal momento che, nonostante la sua bontà, appartiene pur sempre al fronte avversario. Questo comporta non solo non parlare con lui, ma anche non parlare di lui. Vercors lascia capire che in realtà la nipote finisce per innamorarsi del tedesco, e lo zio rimane sempre affascinato dai suoi discorsi e dalla sua parlantina. “Il mare”  del titolo è appunto … una metafora dei due. In superficie appaiono calmi, freddi e imperturbabili, ma nel profondo sono agitati da sentimenti forti e contrastanti. Vercors fa pensare allo zio: “Per svariati giorni- molto più di una settimana- non lo vedemmo. Debbo confessarlo? Quell’assenza non mi lasciava l’anima in pace. Pensavo a lui, non so fino a qual punto io non provassi dispiacere, inquietudine. Né mia nipote né io parlavamo di lui. Ma quando, a volte, la sera, sentivamo lassù il suono sordo dei passi ineguali, vedevo bene, dall’attenzione ostinata ch’ella subito dedicava al suo lavoro, da qualche linea lieve che segnava il suo viso d’un’espressione al tempo stesso caparbia e assorta, come neppure lei fosse libera da pensieri simili ai miei”. Lei lo ama, lo zio è attratto dalla sua cultura e dalla sua giovialità. Ma nascondono ciò che hanno dentro sotto una patina di indifferenza e imperturbabilità.
L’Ufficiale parte per due settimane, per partecipare ad una riunione di alti ufficiali a Parigi. Prima di partire dichiara che non sta nella pelle, perché ha l’occasione di visitare una città che non ha eguali, magica, ricca di stimoli spirituali. Non vede l’ ora d’incontrare i suoi colleghi per esprimere le sue idee e farli partecipi a considerare la Francia come un alleato fondamentale allo spirito della Germania, nel nuovo assetto europeo (visione lungimirante alla luce dei recenti sviluppi in Europa).
 Ma i compatrioti invasori risero di lui. Gli risposero che la politica non è il sogno di un poeta.
“Perché credete voi che abbiamo fatto la guerra?” L’abbiamo fatta, dissero ancora ridendo, per guarire l’Europa dalla peste, dal Gran Pericolo del veleno francese, per loro così forte da contagiare persino l’ufficiale Von Ebrennac, farne un pacifico sognatore: “ci si presenta l’occasione di distruggere la Francia, e la distruggeremo”. Distruggeremo la sua potenza e la sua Anima: il Gran Pericolo per l’Europa.
Viene messo al corrente anche del “ piano finale”,  a riguardo degli ebrei, con un  rapporto che migliorerà a Treblinka la soppressione fino a 2000 persone al giorno dalle 500 ipotizzate all’inizio e si promettono ulteriori progressi.
Werner che è il simbolo della sincerità e della speranza nel futuro ... comprende che è solo utopia la sua, ed è la sconfitta di tutti i suoi ideali, l’arrivo di quella morte che divora completamente il suo spirito.
È a questo punto che l’ufficiale tedesco chiede l’autorizzazione a “raggiungere una divisione al fronte”, a mettersi in viaggio per l’oriente, per l’inferno; verso “quelle pianure sconfinate dove il grano futuro si alimenterà di cadaveri”. L’autorizzazione gli viene concessa.
Tornato al villaggio Bretone, Werner confessa allo zio il desiderio svelatogli dai suoi colleghi di annientare l’anima francese. Ammette di averli uditi dire: “La sua anima è il pericolo più grande. …  La faremo marcire con i nostri sorrisi e le nostre lusinghe. Ne faremo una cagna strisciante.”  E a quel punto grida: “L’Europa non sarà più illuminata da questa luce”.

E' turbato, è deluso, è amareggiato ... spento . .. stentano a riconoscerlo.
Nonostante questo si sottomette al volere del regime e dichiara che sta per partire per il fronte orientale … ma prima di lasciare definitivamente la casa, riceve una toccante testimonianza d’affetto da parte dei due francesi...

La sera prima della partenza, come al solito bussò alla porta, ma questa volta ricevette l’invito dal vecchio signore “ prego, entri pure” e vide la ragazza smettere di cucire e fissarlo con i suoi grandi occhi chiari, da farlo sciogliere e perdere nella disperazione, ma non può fare altrimenti, il suo codice di onore non glielo permetterebbe, e dopo un breve monologo, salutò  "Addio" ... e la sentì  rispondere con dolcezza “Addio”.
Vercors fa pensare allo zio: ”Il volto di mia nipote mi fece pena. Era d’un pallore lunare. Le labbra, simili agli orli d’un vaso d’opale, erano disgiunte: abbozzava la smorfia tragica delle maschere greche” e poi “L’indomani, quando scesi a prendere la mia tazza di latte mattutina, era partito. Mia nipote aveva preparato la colazione, come ogni giorno. Mi servì in silenzio. Bevemmo in silenzio fuori un pallido sole splendeva attraverso la nebbia. Mi parve che facesse molto freddo”.

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