Questo pupazzetto non ci rappresenta, ma esprime lo stato d'animo della precarietà,
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D.O.C.









mercoledì 11 aprile 2012

ARCHEOLOGIA, MUSICA E MISTERO DELLA MORTE



Gli Etruschi consideravano la vita qualcosa di meraviglioso. Essendo la morte strettamente connessa alla vita,  non può che esserne una meravigliosa continuazione. Per questo le tombe sono case, sia essa un’urna cineraria adibita a raccogliere le ceneri, che un vero ambiente  riproducente, in scala ridotta, la loggia abitata  in vita, con tutte le comodità e gli strumenti  necessari anche nell'aldilà. Non solo armi, ma suppellettili, arnesi da lavoro e da svago,  e quanto di prezioso aveva accompagnato in vita  il defunto: perfino un cocchio e i resti di due cavalli, con tutti i finimenti, furono ritrovati in una tomba.
Ben altri riti ed usanze abbiamo oggi, anche se il buon Principe De Curtis in arte Totò, ammoniva che la morte è una livella, che titoli, benemerenze, e ricchezza contano ben poco una volta trapassati. Al di là di questa ben nota considerazione c’è n’è un’altra forse meno conosciuta, di Pirandello, a suo modo sorprendente, anche se amara e poco consolatoria, come direbbe Lui “così è se vi pare”: l’opera è una breve commedia in un unico atto  intitolata “All’ Uscita” 
Trama
All'uscita di un cimitero s'incontrano dei morti che, abbandonati i loro corpi in disfacimento nelle tombe, prima di scomparire del tutto, riflettono tra loro su quello che furono in vita e sul legame di sentimenti e di risposte che ancora attendono e che ancora, secondo le teorie teosofiche che Pirandello conosceva, li unisce a quelli che sono tuttora viventi.
[...]
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Il filosofo: E non vi venne mai in mente che le tombe non erano fatte per i morti, ma per i vivi?


L’ uomo grasso: Volete dire della vanità delle epigrafi?


Il  filosofo: No; storia vecchia, codesta. Dico del bisogno che ha la vita di fabbricare una casa ai suoi sentimenti. Non basta ai vivi averli dentro, nel cuore, i sentimenti: se li vogliono vedere anche fuori; toccarli; e costruiscono loro una casa.

Fuori, dove - naturalmente - chi ci sta? Nessuno.


L’ uomo grasso: Come, nessuno? I morti.


Il filosofo: Ma no, brav'uomo; di noi poveri morti, dopo un po' di tempo, che volete che resti in quelle fosse là? Se mai, un po' di polvere. Niente. E che cosa sono allora le tombe? Il ricordo, l'affetto, il rispetto, la devozione (tutti sentimenti, come vedete) sentimenti dei vivi che, non contenti d'essere coltivati dentro, o diffidando che dentro non sarebbero durati a lungo, si sono pagato il lusso d'una casetta fuori: quelle tombe là. Chi ci abita?

Se i vivi li hanno ancora dentro, ci abiteranno loro, questi sentimenti: il ricordo, l'affetto, il rispetto, la devozione. O se no, nessuno. La vanità, come voi avete detto, che è anch'essa un sentimento, vi faccio notare. E andiamo avanti. State a sentire. Io avevo in vita un caro cagnolino.


L’ uomo grasso: Gli avete edificato una tomba?


Il filosofo: No, no, che! È vivo ancora, lui, di là. Tanto caro, poverino: bianco e nero, vispo: un diavoletto.

Me lo portavo a spasso col suo sonagliolo d'argento nel collarino: pareva non toccasse mai terra, con quelle quattro esili zampette frementi. Ma mi faceva spesso disperare: voleva entrare in tutte le chiese, capite? E io, a corrergli dietro. - «Bibì, Bibì; qua Bibì», - (si chiamava - cioè, lo chiamavo - Bibì). Non riusciva a capacitarsi perché a un cagnolino bellino come lui non fosse lecito entrare in chiesa. Alle mie sgridate, s'acculava; alzava una delle zampine davanti; sternutiva; poi, con un'orecchia su e l'altra giù, stava a guardarmi con l'aria di credere che là non ci stesse nessuno e che lui perciò potesse entrarci.

«Ma come non ci sta nessuno, Bibì?», gli dicevo io carezzandolo.

«Ci sta il più rispettabile dei sentimenti umani, carino, il quale, non contento neanche lui d'abitare nel petto degli uomini, ha voluto fabbricarsi fuori una casa, e che casa! Cupole, navate, colonne, ori, marmi, tele preziose.»

Ora voi, buon uomo, forse siete in grado di comprendere. Come casa di Dio è senza dubbio infinitamente più grande e più ricco il mondo, che una chiesa; incomparabilmente più nobile e prezioso d'ogni altare, lo spirito dell'uomo in adorazione del mistero divino. Ma questa è la sorte di tutti i sentimenti che si vogliono costruire una casa: si rimpiccoliscono, per forza, e diventano anche un poco puerili, per la loro vanità. E la sorte stessa di quell'infinito che è in noi, quando per alcun tempo si finisce in quest'apparenza che si chiama uomo, labile forma su questo volubile granello di terra perduto nei cieli.


L’ uomo grasso: Ma dunque io e voi e tutti quelli che escono da quella porta là che cosa siamo ora, si può sapere?

Apparenze d'apparenze?


Il filosofo: No, perché? La stessa apparenza, ma con questo divario: che quella che ci davano gli altri è là, nella fossa; e quella che ci davamo noi è qua, ancora per poco, in voi e in me. Noi ne siamo, insomma, la vanità ancora per poco superstite. Un'ultima ombra d'illusione persiste ancora in noi. Ci piace ancor tanto ritenere la nostra vana parvenza, che dobbiamo ancora aspettare, per liberarcene, ch'essa a poco a poco si diradi e dilegui. 

[...]

2 commenti:

  1. Caro Paolo, mi ha fatto piacere rileggere "All'uscita" di Pirandello.
    Come gli Etrischi, anche gli Egizi avevano molto in considerazione il culto dei morti, anch'essi predisponevano le tombe come se fossero abitazioni, fornite di tutto il necessario, compreso il cibo.

    Condivido che nella tomba siano racchiusi solo i sentimenti, per tal motivo io mi reco al cimitero.
    La preghiera per i defunti vale molto.

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  2. Ciao Gianna,
    una similitudine che fa riflettere, forse la provenienza orientale degli Etruschi non è del tutto fantasiosa.
    Leggendo Pirandello ho provato un senso di profonda solitudine, un senso di disperazione e di dubbio, che ha bisogno di certezze escludendo la fede o trovando giustificazione ad essa da quel senso di profonda incertezza.
    Voglio credere che la storia del Dio che si è fatto uomo per parlare agli uomini, non sia solo una bella storia del passato, anche perchè sono troppe le testimonianze dirette ed indirette, per essere solo una storia di fantasia. Crederci aiuta davvero a dare un senso alla vita e ci rende migliori nel condurre un'esistenza senza paura, abbandonandoci agli insegnamenti del Messia: in questa ottica acquista vero peso e sostanza la tua affermazione, che la preghiera per i defunti vale molto.

    Con Affetto

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