Questo pupazzetto non ci rappresenta, ma esprime lo stato d'animo della precarietà,
a cui non Vogliamo Assomigliare ...
la scelta è ... In Direzione Ostinata e Contraria
D.O.C.









giovedì 23 febbraio 2012

JUGOSLAVIA IN UN ANNO TERRIBILE: 1944


Giovedì 27 Aprile 1944, Kalinovik, Sarajevo
Nevica! Ormai la neve è diventata una ossessione: è da novembre che l'ho fra i piedi: più di sei mesi! I viveri mancano ... (dal diario del Cap. Luigi Ferraris). 
Mio Padre (Umberto Falconi) ricorda - C’è un’epidemia di tifo petecchiale, ho la febbre e stento a non perdere i sensi …il 7 aprile  abbiamo lasciato la zona con molte perdite. Il 9 rimasti in meno di duecento, dei circa 1. 700 alla partenza, ci unimmo alla prima Brigata mussulmana dell' Eplj . 

I giorni seguenti  (questo è quanto ricordo dei racconti di mio Padre) fummo duramente impegnati in combattimenti, che alla fine di quel mese, molti degli uomini rimasero feriti, uccisi o fatti prigionieri. Il 27 aprile   fu brutto davvero, non il più brutto della mia vita, quello l'avrei vissuto quindici anni più tardi, alla morte di mia Madre ... povera Mamma, chissà cosa avrà sofferto, in quei giorni, che non seppe più nulla della mia sorte...
Da alcuni giorni ero in un ricovero di fortuna, insieme ad altri soldati gravemente debilitati dal tifo petecchiale, per sfebbrare e ristabilirci ... stavo molto male,  la febbre era ancora alta e mi mancavano le forze,  ridotto pelle ossa, da giorni mangiavo poco o niente ... quando arrivarono i diavoli neri, i cetniks.  Forse perchè ci consideravano già dei moribondi, non ci uccisero, si limitarono a derubarci ... Il giorno dopo ci     consegnarono ai tedeschi,  comunque sia, fummo ricoverati in un Ospedale Lazzaretto di Belgrado, non era una vera struttura sanitaria, ma un settore del campo di prigionia, isolato, scarsamente rifornito di viveri e medicinali, praticamente abbandonati a noi stessi ...  dopo quindici giorni, in pochi ci ristabilimmo ...   a seguire furono giorni d'inferno, perchè appena in forze ci sottoposero a duri interrogatori, botte continue, fino a perderi i sensi ed invocare la morte, come nostra salvatrice, anche se, dopo qualche tempo, si arriva all'insensibilità e non si prova più nulla, ma questo lo sapevano anche  i nostri aguzzini ... volevano sapere in particolare da me i dettagli dei rifornimenti dal cielo da parte degli Alleati, credendomi un contatto. Per mia sfortuna alla cattura, i cetniks, mi trovarono addosso  un revolver  (una pistola a tamburo o a rotazione), donatomi da un pilota americano che avevo aiutato ad uscire dal suo aereo abattuto, unico superstite dell'equipaggio . Di tutto il resto non ne sapevo proprio niente ... comunque non seppero  più di quello che non sapessero già o che non avessero capito durante i giorni della mattanza, dove praticamente due brigate partigiane dell'esercito italiano furono  annientate, non solo dai panzer e dagli stukas, ma soprattutto dal tifo petecchiale ... inaspettatamente ci  trasferirono,  non prima di averci fatto scavare una fossa, credemmo che quella fosse la nostra ora, poi venne l'ordine di andar via, comunque, mi lasciarono un ricordo di quel giorno di maggio, colpendomi con il calcio di un fucile e schiacciandomi due vertebre che per poco non finii paralizzato. Ci trasportarono con dei camion al dulag 172 di Belgrado, un campo di smistamento per altre destinazioni...  

Il 20 luglio ...  approfittammo del trambusto nel campo ... (forse a causa di notizie sull'attentato a Hitler o a seguito dell'ennesimo bombardamento del campo da parte degli Alleati, che lo ritenevano un accasermamento tedesco... qui cerco di ricostruire quanto accaduto a mio Padre)
 ...  riuscimmo a fuggire con altri compagni e, grazie a due ex-prigionieri bosniaci, non fummo ripresi, come avvenne a molti altri che non erano pratici della zona, in territorio ostile.
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Torniamo in dietro, di due mesi e mezzo.
L’odissea del trasferimento dal Montenegro alla Bosnia di due Brigate italiane nel 1944 da questo scritto di Leo Taddia, che liberamente riporto, con qualche piccola aggiunta in corsivo, chiedendo scusa all'autore.
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.Le foto sono tratte dal sito ANVRG 
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"La notizia arrivò come una folgore nella prima decade di febbraio (1944):
 la II e la III brigata dovevano portarsi in Bosnia. La Bosnia era lontana. Ci attendevano centinaia di chilometri, pareti e pareti di neve da far superare ai muli, alle armi pesanti, e soprattutto ad uomini debilitati, privi di adeguato equipaggiamento (c’era chi non aveva le scarpe), affidati ogni giorno – dopo gli ormai noti calvari delle truppe –al problematico reperimento di vitto ed alloggio [...]
Ricordo poco dei febbrili preparativi per la partenza. Mi è rimasto impresso solo il volto teso del Cap. Pietro Marchisio e l’andirivieni a cavallo del capo di S.M. della brigata, Ten. Misitano. La figura di Marchisio – sempre eretta, quasi rigida – era inconfondibile, per noi poco più che ragazzi, fu un punto di riferimento importante.
Un mese dopo, già condannato dal tifo petecchiale, sovrastava da ogni parte la colonna, sfinita ma, grazie al suo esempio, non dissolta; fu per questo che i soldati, raccoglieranno, nell’ultimo tratto, tutte le loro forze per caricarselo barellato sulle spalle; lo deporranno in un angolo sterrato di Lijecevina, ultima fermata,il 25 aprile 1944 [...]
Ai soldati, prima di partire, fu distribuita farina per quattro giorni di marcia. Un’«abbondanza» che suscitò allegria, anche perché qualcuno aveva messo in giro una voce: il movimento verso la Bosnia altro non era che l’inizio della marcia d’avvicinamento all’Italia,il rimpatrio via terra. Naturalmente i più scettici, vecchi reduci della Grecia e dell’Albania, non cessarono di esserlo.
 La ricerca più spasmodica era per le scarpe, se ne trovarono poche e chi le trovò fu quasi sempre chi ne aveva meno bisogno.
La sofferenza fu tanta. Restano i ricordi: gambe affondate nella neve, lo sforzo di ogni passo da ripetere per dieci, undici, dodici ore al giorno, dall’alba alla sera, e le ore allucinanti dell’arrivo che non arrivava mai, perché i tempi calcolati erano sempre in difetto a causa dell’assenza di piste; alle sorprese del terreno; ai distacchi che si frapponevano fra i  reparti quando cadevano i muli e ci volevano ore per farli rialzare o per liberarli dal carico e dalla stessa loro… carne, se morti;  alle perdite della direzione e dell’orientamento; ai ritorni indietro per ritrovare la pista o cercare chi non rispondeva più alla voce (e non avrebbe più risposto).
A fine tappa, uno o più… supplementi di tappa perché le case predisposte dall’intendente jugoslavo erano distanti l’una dall’altra, disseminate su un terreno a saliscendi, spesso non avvistabili per l’ostruzione della neve o per l’oscurità o perché defilate dietro alture o depressioni. La popolazione civile aveva l’obbligo di provvedere di vitto e alloggio i partigiani.
Era anche stabilita la razione giornaliera. Misure teoriche, lontanissime da ogni possibilità reale. Stremata dai continui prelievi, a quella gente, che campava di latte, granoturco e patate, era rimasto ben poco ... orzo,  segale o quello che si riusciva a "trovare" ...
La risorsa-base, il santo salvatore della loro (e nostra) sopravvivenza, fu la pecora. Non è immaginabile la rapidità con cui le pecore venivano scuoiate, fatte a pezzi e messe in pentola. Senza sale, altro genere latitante. Il pasto della giornata, poi era quello della sera, stava tutto lì (ma sarebbero venuti giorni in cui l’avremmo sospirato!), mezza gavetta di brodo, qualche scaglia di patata, un pezzetto di carne.
Quel poco spariva in un attimo, a sfamare no, ma a riscaldare i corpi, e subito,nello stanzone sterrato e semibuio, un improvviso silenzio scendeva come una lama dura a segnare il confine tra ospitati e ospitanti: i primi che occupavano tre quarti dello spazio, i secondi – sempre identiche rassegnate figure,
una donna, un vecchio, un bambino – ritratti in un angolo, attorno al fuoco. Si andò avanti così per nove giorni.
Nel decimo l’arrivo:  Kalinovik era il regno del vento, come tutto l’altopiano sul quale si  trovava.
Una distesa di gelo e di silenzio. All’infuori del vento non ricordo altre voci. Di quattro battaglioni della brigata, due erano stati dislocati in direzione di Sarajevo, occupata dai tedeschi, due in direzione dell’Erzegovina, zona di prevalente occupazione ustascia. Ci trovavamo praticamente incuneati in zone controllate dal nemico che le aveva dovute lasciare un paio di mesi prima, in pieno inverno. Non era arbitrario pensare che se le sarebbero riprese con l’arrivo della primavera. Si era nella prima decade di marzo.
Il 14 marzo il silenzio fu rotto dal gracidoso rumore di un aereo. Era una “cicogna”. Fece alcuni giri, poi si abbassò e lasciò cadere alcuni spezzoni. La casa dove era accantonata una compagnia fu colpita in pieno. Un disastro: 1 ufficiale e 11 soldati morti, altri 13 feriti, tutti molto gravi.
 Trovammo uno stanzone,una specie di stalla, per approntare un ospedale e ricoverare i feriti. Ma non furono i feriti a riempirlo. Si riempì in pochi giorni di una processione di malati. Di punto in bianco gli uomini erano colti da febbre altissima. Il nemico che avevamo creduto di fuggire lasciando il Sangiaccato ci aveva seguito: era il tifo petecchiale. Al ten. Medico Decio Rubini bastò un’occhiata per accertarlo. Caro, generoso Rubini! Aveva pronunciato la diagnosi dell’agonia sua e della brigata! In breve ci si rese conto di trovarsi di fronte ad un vero e proprio flagello.
La malattia, di per sé grave, ma per noi gravissima perché mancavamo di tutto – medicinali, assistenza, cibo – aveva un decorso canonico. La febbre, subito altissima, delirante, con perdita pressoché totale di coscienza, durava 12 giorni. Chi superava il dodicesimo aveva qualche possibilità di cavarsela. Ma in quelle condizioni, i più cedevano prima.
Un giorno entrai, a Kalinovik, in quello stanzone che chiamavamo ospedale. Distesi su mezzo palmo di paglia, gli uomini erano ridotti a larve. I più tacevano, gli occhi sbarrati e fissi; alcuni mi riconoscevano, ed era straziante sentirsi chiamare “signor tenente, mi aiuti!”
 Sapevano fin troppo bene che nessuno poteva aiutarli.
Di quella impotenza soffrivamo, ora, più della fame, più dell’offesa nemica, la cui ripresa era nell’aria. In mancanza d’altro, i medici si prodigavano a curare le piaghe da decubito, occasione per chinarsi sui malati e dir loro qualche parola di conforto. Il ten. Medico Vincenzo Talamo appuntì e disinfettò un lungo chiodo col quale tentò di estrarre schegge da una ferita del ten. Vittorio Bartoletti.
Come si prevedeva, tedeschi e cetnici mostrarono presto di volere riprendere il controllo diretto del territorio. I loro attacchi, erano frazionati, disseminati su tutta l’area.
E trovavano uomini sempre meno in grado di resistere. Il Capitano non faceva che ispezionare e parlare ai reparti, ma aveva esaurito le parole. Esaminata la situazione, dovette accettare quello che fino allora aveva cercato in ogni modo di evitare: lo smembramento della brigata. Una compagnia fu fatta partire per Mrezica, a protezione di un ospedale dove c’erano circa 150 italiani ammalati di tifo. Ad eccezione di quest’ultimo movimento non so dire se tutti gli altri ebbero effettivamente luogo; ma credo che ne mancò il tempo. La situazione precipitò per tutti, reparti italiani e formazioni slave.  Tedeschi, cetnici, ustascia dilagarono. E con loro dilagò il tifo.
Non rimaneva che formare una colonna e affrettarsi a lasciare la zona. È quel che facemmo, prendendo non più l’itinerario dell’arrivo, già sbarrato dall’offensiva tedesca, ma la Zelena Gora, uno dei percorsi di estrema emergenza, privi di vie di comunicazione – pura roccia, neanche un sentiero – in virtù dei quali le otto offensive tedesche, pur minuziosamente preparate e condotte, non poterono mai avere ragione dei partigiani di Tito.
A Kalinovik, occupata il 5 aprile da mezzi corazzati tedeschi e da una brigata di cetnici, dovemmo forzatamente abbandonare l’ospedale con circa 400 ricoverati: furono lasciati ad assisterli il ten. medico Vincenzo Talamo e un cappellano militare, il cappuccino Padre Candido.
Delle due Brigate, l'altra fu praticamente distrutta. I pochi uomini rimasti, il 9 aprile furono assimilati alla I Brigata Partigiana Bosniaca. Questa fu da subito incalzata ed impegnata  dai cetnici e dai tedeschi, molti uomini furono uccisi o fatti prigionieri entro la fine dello stesso mese.
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Continua il racconto di Leo Taddia:
Marchisio, rifiutata la barella, montava a cavallo. Egli era, ufficialmente, sempre il comandante della brigata; di fatto, da quel momento, il comando fu assunto dal capitano Zavattaro Ardizzi. Se l’andata era stato a cavallo, il ritorno fu un’agonia.
Fu un affrettarsi iniziale, in cui ognuno doveva fare appello ad impensate energie; poi, usciti dalla zona di immediato pericolo, l’allentarsi della tensione, l’andare per inerzia, a spinte in avanti, trascinati dal braccio afferrato alla coda del mulo.
Cominciava la selezione delle forze. Reggere, in questo stadio, dipende molto dal cervello. Non ricordo se mangiavamo (no, di certo) e dormivamo (non certo nelle case).
Di case ne ricordo una sola: tristissima, isolata, in un posto squallido e deserto.
Nella casa, poco più che una capanna, fummo costretti a malincuore,  a lasciare due barellati. Un’ora dopo  sopraggiunsero i cetnici: divorati dalle febbri, moribondi, la sorte dei due era comunque segnata,  semmai accelerata , in genere i cetnici non facevano prigionieri[...]
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Il nostro unico pensiero fu il passaggio al Piva, il fiume oltre il quale poteva realizzarsi una speranza di salvezza, sempre con tedeschi e cetnici alle calcagna.
Il Piva era senza ponti. Solo due funi d’acciaio univano le rive. Due funi sovrapposte e parallele. Quelle in alto su cui far scorrere le ascelle; l’altra in basso, su cui aderire e scivolare lateralmente coi piedi. Bisognava tenersi forte, resistere alle oscillazioni, non guardare in basso, dove le acque, in quella stagione di disgelo, correvano forti e vorticose [...]
 La brigata passò.
 Eravamo a valle. L’aria era cambiata. Non pestavamo più neve, ce ne accorgemmo tutto ad un tratto solo dopo passato il fiume. Della primavera però sentivamo soltanto l’umidore che saliva dalla terra; e una grande estenuazione nelle membra. I corpi sembrava che si sciogliessero, ma avevamo fame, tanta fame.
Arrivati in Erzegovina, ci contammo. Eravamo 221 (quello che rimaneva di una sola brigata partigiana - sono unità più sottili, in genere non superano i 1000_2.000 uomini, anzichè i 5.000 convenzionali ) Mancavano, è vero, parecchi ammalati che arriveranno in un secondo tempo. Ma le perdite erano ugualmente spaventose. Eravamo partiti per la Bosnia in 1.200".
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I ricordi legati a mio Padre, non hanno a che fare solo con i racconti di guerra. C'è  molto di più,  soprattutto  il caro ricordo di una persona solare, dal carattere aperto e gioviale.
Questo fu un periodo particolarmente difficile della sua vita, spesso sottaciuto, appena accennato e spesso ignorato ... per questo l' ho riscoperto solo di recente, con stuporetenerezza ed orgoglio.
 Dimenticare sarebbe  un grave torto a tutti coloro che hanno vissuto l'indicibile, anche se non ci sono mai sufficienti parole per descrivere e raccontare il male assoluto, la guerra, solo la Speranza che non si ripeta più.  

12 commenti:

  1. grazie per aver raccontato questo pezzo di storia. L'esperienza di tuo padre e di quei soldati non deve essere vana, hai ragione tu, deve servire per insegnare.
    Ciao

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  2. Commovente il tuo ricordo, caro Paolo, e altrettanto commovente la figura di tuo padre che, nonostante avesse vissuto l'atroce dramma della guerra, si fosse mantenuto "una persona solare, dal carattere aperto e gioviale".
    Non tutti quelli che tornarono vivi dalla Grande Guerra e dalla Seconda Guerra Mondiale riuscirono a farlo.
    Un forte abbraccio

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  3. Mi ricordo un professore di diritto, alle superiori, che quando sentiva un aereo, passare lento con un forte rimbombo, si ammutoliva e ... rimaneva con lo sguardo fisso e l'orecchio teso, in silenzio ... era relativamente giovane, credo che ai tempi della guerra era poco più che un bambino. Aveva un accento napoletano, ma credo che era originario del cassinate ... noi, ragazzi, ignari, vedevamo solo l'aspetto comico e ne ridevamo, per lui deve essere stata una cosa seria. Apparte questo aveva la battuta pronta, salace ed iriverente, da mettere letteralmente in riga chiunque, ed un'espressione facciale simpatica e sorniona ...

    Mio Padre raccontava di fatti buffi: le scarpe mischiate per gioco ai fedeli della moschea di Berane, le scarpe tirate al Petruzzelli di Bari prima di partire a coloro che inneggiavano alla guerra "armiamoci e partite" ... la prigionia raccontata come se fosse niente ... però anche lui si faceva taciturno e cambiava umore, velandosi di tristezza o di sgomento, quando qualcosa lo riportava a quegli anni ...

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  4. so a cosa ti riferisci perché la mia nonna materna è nata orfana (suo padre morì a soli 26 anni durante la Grande Guerra);
    mio nonno materno, suo marito, venne dato per disperso per mesi quando la sua nave venne affondata durante la Seconda Guerra Mondiale;
    mio nonno paterno si salvò per miracolo dai tedeschi che stavano per portarlo via;
    il fratello della mia nonna paterna tornò sano e salvo dalla Campagna di Russia;
    entrambi i miei genitori si ricordano ancora di "Pippo" quando le sirene suonavano e, bimbi, correvano ai rifugi per ripararsi dalle bombe degli aerei;
    altri tempi, tempi di cui dovremmo ricordarci ogni tanto ...

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  5. Caro Paolo, il messaggio che tuo padre ha trasmesso è encomiabile.
    E' la Storia che non vorremmo fosse mai successa, purtroppo invece così è stato.
    L'augurio è, infatti, che questi tragici fatti non si ripetano mai più.

    Io ricordo il mio professore di Storia che, quando parlava di quel periodo, scoppiava a piangere, ci chiedeva scusa e usciva un attimo dall'aula per riprendersi.
    Un abbraccio grande.

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  6. Oggi grazie ad internet è possibile documentarsi come non mai ... ci sono programmi televisivi che riescono a dare molte informazioni avvenimenti relativamente vicini a noi... tutto questo serve a dare contenuto, spessore, peso, significato a parole che altrimenti suonerebbero vuote, che non rendono l'idea di che cosa sia veramente stato ... ci sono immagini che per anni sono state edulcorate appositamente da una certa censura, perchè così doveva essere, o forse perchè si trattava di argomenti dolorosi e vicini nel tempo... e che ora sono disponibili a tutti (provengono da diverse fonti) e tutto serve a creare un mosaico completo...poi dipende dalla sensibilità di ognuno, dal grado di maturità, da quanto si sia sofferto nella propria vita, dal riuscire a mettersi nei panni altrui ... ma come dici bene: è essenziale non dimenticare.

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  7. Se pensi ad un Santo, pensi alle sue vicende come ad una favola ... un racconto che riguarda un essere in qualche modo superiore, un predestinato, un prescelto; lo senti lontano, irreale ... in realtà è la storia di una persona comune, come milioni di altre che suo malgrado si è trovato a vivere, meglio che poteva e come poteva, in una situazione assai difficile, se non impossibile ... questo dovremmo renderci conto leggendo le targhe dei monumenti, dei martiri, degli eroi o delle tombe dei tanti caduti ignoti ... erano esseri umani come noi tutti, in situazioni molto difficili, e ripetibili, purtroppo...non si tratta di sola mitologia.

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  8. Intensa ed importante questa testimonianza; un altro tassello che si aggiunge ai tanti, tutti preziosi, tutti utili ad arricchire le nostre pagine di storia. Non sono mai abbastanza le testimonianze quando ancora c'è chi nega, minimizza, ragiona con superficialità miope e pericolosa. Grazie per il tuo contribuito

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  9. A volte i fatti quotidiani creano dissapori ed attriti ... certo se paragonati al vero male assoluto... fanno ridere gli atteggiamenti che nel vivere il tempo ordinario si possono assumere: tenere il muso o voltare le spalle per delle sciocchezze, per dei detti o non detti, per quanto si doveva dare e non si è dato, per quanto si è preso o tolto, per quello che si ha o non si ha ... e allora se si viveva in tempi che prima ti offrivano da mangiare e poi ti sparavano alla nuca per non rovinare i vestiti ... che cosa avremmo fatto?

    scusate se ho divagato e a tratti nel mio dire sono oscuro, seguendo un mio ragionamento interiore:-)

    Vi ringrazio per il vostro esserci
    Un Abbraccio

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  10. Un ricordo terrificante, un monito per tutti, proprio vero: la guerra è il male assoluto. Sulla speranza che non si ripeta più rimane soltanto una speranza. Di guerre in giro per il mondo ce ne sono troppe.
    Ciao Paolo,
    aldo.

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  11. Abbiamo conosciuto qui in Europa, un periodo di pace ininterrotto, salvo la cruenta guerra nella ex Jugoslavia con ingenti impiego di mezzi e di uomini.
    La Speranza è che si mantengano gli anticorpi alla guerra,qui in Europa, che per quanto le crisi economiche mordano, non si rispolverino vecchie idee nazionalistiche e di politiche economiche espansive attraverso la leva del riarmamento, con tentazioni aggressive, specie in scenari futuri di bisogno di accaparramento delle risorse sempre meno disponibili.

    Trovo meritoria l'opera di Rai Storia, nel raccontare nel modo più esaustivo del termine,senza retorica o ipocrisie, gli anni tra le due guerre e la guerra: i problemi, le paure, le speranze e le disillusioni.

    Sul piano personale, mi sorprende l'essere sorpreso, credo di cominciare a capire e ... anche se è tardi, riscopro Mio Padre e me stesso in un'altra luce: meno lapidario, meno intollerante, più aperto ad ascoltare e capire ... a credere nel valore della Vita in comunione con gli altri esseri umani, anche se a volte capita di dover vivere come "il guardiano di un faro".

    Ciao Aldo

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