Questo pupazzetto non ci rappresenta, ma esprime lo stato d'animo della precarietà,
a cui non Vogliamo Assomigliare ...
la scelta è ... In Direzione Ostinata e Contraria
D.O.C.









lunedì 16 gennaio 2012

L’UOMO IL CUI MOMENTO NON ERA ANCORA ARRIVATO (Parabola Sufi)

C'era una volta un ricco mercante che viveva a Bagdad. Possedeva una lussuosa casa, piccole e grandi tenute, e una flotta di navi che veleggiavano verso le Indie cariche di preziose merci. Egli aveva acquisito questi beni in parte con l'eredità, in parte grazie a sforzi compiuti al momento giusto e nel luogo giusto e, infine, grazie alle direttive e ai benevoli consigli che il Re d'Occidente - titolo che all'epoca era dato al sultano di Cordoba - gli aveva prodigato.

Poi la fortuna girò. Un crudele oppressore si impossessò delle sue terre e delle sue case. Le navi dirette in India incapparono nei tifoni e affondarono, mentre una serie di disgrazie si abbatté sulla sua famiglia. Anche i suoi amici più intimi sembravano aver perso la capacità di essere in armonia con lui, nonostante i reciproci sforzi per rimanere in buoni rapporti.
Il mercante decise allora di recarsi in Spagna per incontrare il suo vecchio protettore, e si mise in viaggio attraverso il deserto occidentale. Lungo la strada si imbatté in molte disgrazie. Un suo asino morì, poi fu catturato dai banditi e cadde anche in schiavitù, dalla quale riuscì a fuggire con grande difficoltà. Il suo viso bruciato dal sole assunse presto l'aspetto del cuoio. Gli abitanti dei villaggi lo cacciavano via brutalmente. Qua e là, qualche derviscio gli dava un boccone di pane e qualche straccio per vestirsi. Talvolta trovava un po' d'acqua in fondo a uno stagno, ma il più delle volte era salmastra.
Finalmente arrivò alle porte del palazzo del Re d'Occidente. Anche se non gli fu facile ottenere il permesso di entrare. I soldati lo respinsero con le lance e il ciambellano non aderì alla sua richiesta di udienza. Gli venne offerto un modesto impiego a corte affinché potesse guadagnare abbastanza da potersi presentare vestito adeguatamente il giorno in cui avrebbe chiesto al maestro delle cerimonie di essere ammesso alla presenza del re.
Aveva, tuttavia, la consapevolezza di essere vicino al re, e il ricordo dell'antica bontà del sultano non lo abbandonava mai. Tuttavia, dato che era vissuto così a lungo in miseria e nella disperazione, le sue maniere ne avevano risentito, sicché il maestro delle cerimonie decise di fargli seguire un corso di galateo e di autocontrollo, prima di ammetterlo a corte. 
Il mercante sopportò tutto. Il giorno in cui fu condotto nella sala delle udienze, erano esattamente tre anni da che aveva lasciato la città di Bagdad. Il re lo riconobbe immediatamente, si informò sulla sua salute e lo invitò a sedersi accanto a lui.

"Maestà", disse il mercante, "ho molto sofferto in questi ultimi anni. Le mie terre sono state usurpate, il mio patrimonio è stato confiscato, le mie navi sono affondate assieme a tutto il mio capitale. Per tre anni ho dovuto lottare contro la fame, i banditi, il deserto, e contro persone di cui non capivo la lingua. Sono venuto a rimettermi alla benevolenza di Vostra maestà".
Il re si rivolse al ciambellano. "Dagli cento pecore, nominalo pastore reale, mandalo in cima alla montagna e lascia che se la cavi". Leggermente deluso, perché si aspettava un po' più di generosità da parte del monarca, il mercante si ritirò, dopo i soliti convenevoli. Non appena giunse al magro pascolo affidategli, le pecore furono colte da una malattia e morirono una dopo l'altra. Così ritornò a corte.
"Come stanno le tue pecore?", chiese il re. "Maestà, appena giunte al pascolo sono morte tutte!".
Il re fece un gesto e decretò: "Che vengano date a quest'uomo cinquanta pecore, e che se ne occupi fino a nuovo ordine!".

Confuso e turbato, il pastore portò il suo gregge sulla montagna. Le pecore stavano cominciando a brucare l'erba con appetito, quando due cani rabbiosi apparvero all'improvviso e le inseguirono fino a un precipizio, dove trovarono la morte. 
Il mercante, molto afflitto, tornò dal re per raccontargli ciò che era successo.
"Molto bene", disse il re, "ora puoi prendere venticinque pecore e continuare come prima".
Il mercante riguadagnò il pascolo con le sue pecore. La speranza aveva disertato il suo cuore ed egli era più turbato che mai, perché non sentiva affatto la vocazione del pastore. Appena arrivata in montagna, ogni pecora partorì due agnellini e ciò fece quasi raddoppiare il suo gregge. Poi la cosa si ripeté ancora una volta. Gli agnelli erano grassi, provvisti di un fitto vello e la loro carne era saporita. Il mercante ne vendette alcuni e ne comprò altri: si accorse allora che le pecore, che quando aveva comprato erano magre e deboli, crescevano sane e robuste, e somigliavano sempre più alla sorprendente nuova razza che stava allevando. Nel giro di tre anni poté tornare a corte, vestito sontuosamente, per rendere conto di quanto il gregge avesse prosperato sotto la sua custodia. Fu immediatamente ammesso alla presenza del re.
"Sei un buon pastore, ora?", gli chiese il re.
 

"Oh, sì, maestà! La fortuna ha girato in mio favore in modo incomprensibile, e devo dire che tutto si è svolto per il meglio, benché non mi piaccia ancora molto allevare pecore".
"Molto bene", disse il re. "Laggiù si stende il regno di Siviglia, che è sotto la mia tutela. Va', e che si sappia che ti ho nominato re di Siviglia!". E gli sfiorò la spalla con lo scettro cerimoniale. Il mercante non riuscì a trattenersi: "Ma perché non mi avete nominato rè quando sono venuto la prima volta? Volevate mettere alla prova la mia pazienza, che era già al limite della sopportazione? Oppure volevate insegnarmi qualcosa?".
Il re scoppiò a ridere: "Diciamo semplicemente che se tu avessi preso possesso del regno di Siviglia il giorno in cui hai portato cento pecore in montagna per perderle subito, oggi non rimarrebbe neanche una sola pietra della città di Siviglia!".

 
"Quando arriva il momento giusto ...
Niente può impedire che accada;
Ma quando il momento
non è ancora arrivato,
niente può far sì che accada".

7 commenti:

  1. Risposte
    1. B_E
      Solo un copia incolla, puoi trovare altre parabole molto interessanti
      http://www.sufi.it/sufismo/Mulla_Nasruddin/index.htm
      per quanto mi riguarda di geniale c'è ben poco:-)

      Grazie lo stesso

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  2. l'ho letta tutto d'un fiato... Bella

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    1. Ciao Giuliana,
      è certamente consolante, la parabola induce a non disperare, anche se si è usciti da una serie negativa di eventi, volontari e/o casuali,non bisogna drammatizzare, prima o poi la fortuna girerà per il verso giusto.

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  3. Fantastica!
    Negli ultimi anni ho cercato disperatamente la mia anima gemella.
    A volte ho creduto di averla trovata. Sempre mi sono disperata perché non era così.
    Alla fine me ne sono fatta una ragione: probabilmente c'è un motivo per cui non trovo la mia mezza arancia.
    Purtroppo, non ho ancora capito la ragione, ma almeno sono più serena di prima.
    Un bacione.
    E tu come stai?

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  4. O_B
    la parabola induce, in ogni caso, a non disperare mai ...

    Bene grazie
    ricambio il bacione

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  5. ormai me la sono messa via (trovare la mia mezza arancia) ...

    sono proprio contenta che tu stia bene!
    that's very good!
    :)

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