Questo pupazzetto non ci rappresenta, ma esprime lo stato d'animo della precarietà,
a cui non Vogliamo Assomigliare ...
la scelta è ... In Direzione Ostinata e Contraria
D.O.C.









domenica 26 luglio 2009

LA PARTENZA PER LA NAJA



Il 3 marzo del 1986 arrivò come tutte le cose attese con qualche pensiero di troppo.

Mi dicevo facendomi coraggio: “e che sarà mai, a parte gli atti di nonnismo e le solite leggende, non sarà come andare in guerra”.
Ripensavo a Cristina, anche per ritrovare slancio e pensiero positivo, un giorno all’università gli dissi della imminente partenza per Taranto e Lei mi disse: “Micione i nonni ti staranno alla larga … ne sono certa! Se ne guarderanno dal romperti le scatole”, boh, Speriamo! ho pensato, mentre mi davo un tono da : “Pupa, ti sistemo Io ... stasera usciamo”.
Ecco … l’ora è arrivata, l’ora segnata dal destino … Salutai i miei, presi la borsa e mi diressi alla fermata dell’autobus … poi per sdrammatizzare pensai “quasi, quasi passo pure alla notturna, e mi prendo qualche scatola di “settebello”, hai visto mai che rimorchio qualche bella Tarantina … “ ripensandoci oggi, non fu male aver quel pensiero positivo e propositivo nella testa, anche se non andò come speravo ...

Tutto andava alla grande, senonchè il tabellone della stazione Termini, inspiegabilmente, non dava traccia del treno per Taranto, eppure la cartolina era precisa nell’ora e nel luogo di Partenza . Chiedo informazioni e scopro che la Tradotta è alla stazione Tiburtina.
Sono a piedi e solo, mi mancano forse a esser ottimista meno di dieci minuti, e allora corro all’esterno e prendo il primo taxi a malincuore, ma non ho altra scelta pensando “Andiamo bene! ancora devo arrivare e già spendo”.
Nei calzini avevo una piccola riserva di denaro. Sapevo che nel mucchio dei commilitoni avrei potuto trovare qualche figlio di buona donna e quindi avevo adottato le mie contromisure.
Quel tassista fece il possibile per arrivare nel minor tempo. La corsa fino al binario, il treno ancora fermo era inconfondibile, pieno di ragazzi, sembrava di andare ad una trasferta della Roma.
Canti, schiamazzi, in tutti i dialetti possibili, molti erano anche i laziali, e qui pensai “se mette male davvero”.
Presi posto presso una carrozza, la meno esagitata e cercai di prendere sonno.
Il testosterone quella sera era a mille per tutti, l’eccitazione della partenza, l’incognita dell’arrivo e il voler apparire il meno frescone della compagnia, spingeva i più ad assumere volti torvi, ad essere laconici e truci nei modi.

Nel mio scompartimento c’erano in particolare un fiorentino, alto secco come un chiodo, un po’ farlocco, almeno all’apparenza, perché in verità era un laureato in ingegneria e a parte quell’aria di “Pippo non lo sa” era in gamba davvero, il suo nome era Arnauldo . Un altro era dell’isola d’Elba ed era figlio di ristoratori, aveva un area decisamente più sveglia, a Roma diciamo da “Paraculo”, a sentir Lui uno sciupa femmine, ma a parte le solite cazzate che evidentemente accomuna tutti noi Italiani in tema di donne, era di buona compagnia, si chiamava Massimiliano.
Entrambi li ritrovai nel mio plotone e fu un’amicizia che durò per un anno intero, anche quando siamo stati destinati dopo il Car .
La mattina seguente arrivammo alla stazione di Taranto. Una bella giornata primaverile. Fummo raggiunti da un nugolo di “sola” che volevano venderci lucchetti, radioline, qualcuno allungò del pakistano e qualcun altro ci proponeva le virtù da scoprire alla prima Uscita libera, di una tizia che alloggiava poco distante di li, con una bella lampada rossa nel cortile.
Un giovane carabiniere di Roma che aveva il compito di raggrupparci, mi disse “Lassa perde, qui non è come a Roma, fai conto de andà dal barbiere con tutti che aspettano in una stanza il proprio turno, e nell’altro c’è la signorina, ma t’assicuro che pure là non è nà gran cosa da fa, va beh se paga poco la metà che a Roma, boh .. fa Te!”. Lo ringrazia, ma me riproposi de vedè con gli occhi miei quello che se poteva fa.
Questo ci diede un assaggio di come noi militari rappresentassimo una parte non da poco dell’economia di quella città, senza tener conto delle altre caserme, e del giorno del giuramento con il flusso mensile dei parenti e degli amici dei militari (ehm ... non che tutti andassero per lucciole, sia ben inteso, ne che quella fosse la principale fonte di reddito ricavata dalla città per la nostra presenza ... basta pensare ai ristoranti, alle lavanderie, agli alberghi ecc...:-)
Vennero a prelevarci con dei pulman militari, e raggiungemmo la caserma Luigi Bologna della S.a.r.a.m.
I primi giorni fummo occupati nell’alloggiarci, vestirci e nell’adempiere alle questioni burocratiche.
Venni nominato, per mia fortuna, capo plotone insieme ad un altro ragazzo di Roma.
Non avevamo i gradi, avevamo una fascia rossa ,con una R, al braccio e dovevamo fare da tramite e riferimento tra il capitano della compagnia, il tenente, il caporale istruttore e il plotone,
Il mio plotone era composto da ottantadue ragazzi, che non sapevano una mazza su cosa dovessero fare e dove andare, ed io ne sapevo meno di loro, e così fini che ci scassarono le palle dalla mattina alla sera a me e all’altro fortunato unto dal Signore.
Mi guadagnai la Simpatia del plotone e questo non fu cosa da poco, infatti nel ruolo decisi di fare il possibile per essere veramente di aiuto, e senza volerlo mi ritrovai ad essere una spalla per molti, neanche fossi stato un cappellano.
Questo da una parte mi lusingò parecchio, dall’altra imparai a discernere l’aspetto ed il carattere delle persone. Spesso quelli ritenuti più furbi e scaltri degli altri, in verità si dimostravano i più fragili , quelli che facevano le cazzate maggiori, come rompere una vetrata, dare pugni agli armadietti, e qualche volta ai commilitoni.
Quelli dall’aria mite invece erano i più tranquilli che affrontavano i problemi senza drammi o colpi di testa.
Dei ragazzi nella foto non ricordo i nomi ma ricordo alcuni particolari:
Il primo da sinistra era un siciliano che ha fatto di tutto per farsi trasferire al nord, "il più lontano possibile dalla sua città", non per quello che pensate Voi, e che è nell'immaginario di tutti quando si parla di Sicilia, ma perchè aveva, diciamo così, un problema galante.
Il secondo da sinistra sono io. Il Terzo era un calabrese, che praticamente era cresciuto facendo il pastore, non parlava con nessuno, sembrava l'indiano di "qualcuno volò sul nido del cuculo", rimanemmo di stucco quando dopo tre settimane, che pensavamo fosse muto, mi rivolse la parola e cominciò a parlare un pò con tutti.
Il quarto era lo sciupafemmine dell'Isola d'elba. Il quinto uno studente di filosofia perugino, molto bravo a suonare la chitarra. L'ultimo un vicentino che teneva tanto a fare il Vam, perchè lo aveva fatto il fratello e il padre, piantò una grana quando seppe che lo volevano fare autiere; invece io, quando seppi della mia prossima destinazione, a Roma, alla caserma Romagnoli, come autiere, non stavo nella pelle.

2 commenti:

  1. Paolo,
    ma secondo te, perché abbiamo così bisogno (tutti tutti) di sapere che qualcuno è disposto ad ascoltarci?

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  2. Marina perchè mi Insegni, come ben dici nella tua "Penisola Incantata", che siamo Animali Sociali, e dunque non si può vivere avulsi o sdraticati dai propri affetti e dal rapporto "per" gli altri,"con" gli altri e pefino "contro" gli altri, in certi casi.

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