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D.O.C.









venerdì 19 giugno 2009

"LA STORIA" di ELSA MORANTE



La Storia è concepita come «uno scandalo che dura da diecimila anni». La Morante non l’ignora più come nei romanzi precedenti, ma l’affronta direttamente per denunciare a gran voce i suoi misfatti, manifestando — in pari tempo — il proprio atteggiamento di rifiuto verso di essa. È una Storia cieca e immutabile, che non si svolge secondo una legge superiore di progresso né tantomeno secondo un piano provvidenziale, ma si sostanzia di gravi ingiustizie, odiose prevaricazioni e follie omicide, destinate a travolgere i più deboli e gli indifesi.

Poiché la Storia è il male, il bene si potrà attingere soltanto andando in direzione contraria, cioè riscoprendo e assecondando quegli istinti naturali e primordiali sepolti e repressi dentro di noi per obbedire al governo sempre più dispotico dei potenti. La riscoperta — in questa prospettiva — dell’elemento “barbarico” e “primitivo” è uno dei temi più fecondi e ricorrenti nella narrativa morantiana.

Come ha ben visto Carlo Sgorlon, l’esaltazione degli umili, tutti istinto e naturalezza, trova il suo archetipo più efficace in Ida Ramundo: questa mater dolorosa dall’aspetto dimesso e invecchiata prima del tempo, «pare una vittima predestinata per la sua totale mansuetudine, la rassegnazione, l’insignificanza sociale, la rinunzia a chiedere alla vita qualsiasi cosa per sé. Ida soffre tutti i dolori senza averne alcun compenso. Non ha mete da raggiungere che non siano la sopravvivenza e la difesa dei suoi figli». Sentimento predominante in lei è la paura — caratteristica tipica dell’ebreo perseguitato — ma è anche e soprattutto la paura dell’essere indifeso, di chi sta sempre in allarme e teme i colpi sinistri del destino; dell’animale braccato nel timore di un pericolo improvviso.

Per quest’umile maestrina il potere è un insieme assurdo e incomprensibile di enti, da cui non ci si può aspettare altro che essere avversati. Ella non si sente a suo agio se non nelle istituzioni più elementari della società: la famiglia perché fondata su istituti naturali, e la scuola perché si presenta soprattutto come un insieme di «bambinelli straccioni e mocciosi da amare come figli». Non comprende appieno il mondo dei grandi, perché è rimasta nel fondo una bambina. Il ruolo in cui Ida si riconosce maggiormente è quello di madre e ogni suo gesto ha i figli come meta finale. Dopo la morte di Nino, la donna vive solo spinta dalla necessità di provvedere a Useppe, ma quando anche costui sarà morto, la sua personalità viene meno destinata a soccombere di fronte al male della Storia.

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