Questo pupazzetto non ci rappresenta, ma esprime lo stato d'animo della precarietà,
a cui non Vogliamo Assomigliare ...
la scelta è ... In Direzione Ostinata e Contraria
D.O.C.









martedì 9 giugno 2009

MUTAMENTO CULTURALE DEL LAVORO




Fino a qualche hanno fa al lavoro si poteva assegnare il compito della realizzazione di un progetto personale e professionale.
Il lavoro come Leva per la realizzazione di Sé, un senso di Identità soggettiva e sociale.
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La Recessione sta riportando d’attualità la vecchia concezione “strumentale” del lavoro:
un mezzo che mi permette di vivere.
La strumentalità del lavoro richiama echi morali ed etici in senso classico:
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- il lavoro come condanna biblica, cui bisogna far buon viso;
- il lavoro come necessità storica, la leva per rovesciare il mondo.
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Gli Unici stereotipi che risultano definitivamente tramontati sono quelli delle “fasi della Vita” e della “Fedeltà”.
Il primo che suddivideva la vita in tre fasi: Studio/Lavoro/Pensione.
Anche oggi, forse più di ieri, lo studio e il lavoro sono sempre interfacciati tra loro e per tutta la durata della Vita; la formazione permanente è un input irrinunciabile ed imprescindibile dalla società tecnico-scientifica in cui viviamo.
Così come non mancano momenti di “otium” e di “vacanza” al di là del raggiungimento della pensione (meta per molti negata dalle regole della precarietà, ma questo è un altro discorso).
Il secondo stereotipo quello della “Fedeltà” a un’unica impresa in molti casi diventa il tradimento della professione, la mobilità è la “nuova” regola, sempre nell’ottica della vecchia concezione del lavoro come strumento e maledizione biblica, tornate oggi più che mai in auge.

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