Questo pupazzetto non ci rappresenta, ma esprime lo stato d'animo della precarietà,
a cui non Vogliamo Assomigliare ...
la scelta è ... In Direzione Ostinata e Contraria
D.O.C.









sabato 21 marzo 2009

LAVORO PRECARIO

Il lavoro precario non è di per se un male, si può essere ricattati, sottopagati e sfruttati anche in una condizione di lavoro "stabile".
Il lavoro con un contratto a tempo indeterminato, nel settore privato, in particolare, è una condizione di "stabilità relativa".
Se l'azienda non riesce a stare sul mercato o nelle fasi di crisi, come quella attuale, dovrà necessariamente ridurre il personale, se non nella peggiore delle ipotesi chiudere.

Quello che non va nel lavoro a termine, essenzialmente è la mancanza di un ufficio di collocamento efficiente ed efficace, che veramente faciliti l'incontro della Domanda e dell'Offerta.

Lavorare a termine non è di per se la peggiore cosa che possa capitare se, a parità di retribuzione e di diritti, allo scadere del contratto, i tempi di attesa per una nuova missione sono accorciati al minimo necessario, eventualmente se ci sono strutture che offrano un servizio valido di monitoraggio costante, delle qualifiche maggiormente richieste, eventualmente indirizzando i lavoratori precari a spendersi in mansioni affini alle loro preferenze.

Il lavoratore che ha effettuato un certo numero di contratti a termine nelle stesse mansioni, dovrebbe essere inviato al lavoro senza perdere tempo con selezioni, colloqui, test:
l' Azienda avrà dopo un periodo di prova, proporzionato alla durata del contratto e tenuto conto della particolare qualifica richiesta, il diritto di scegliere se confermare la persona inviatagli.

Occorre velocizzare i tempi di reimpiego con un efficiente sistema informatico decentrato per provincia, e se necessario per municipio.
Garantire lavoro, mediante strutture di reimpiego, garantirebbe stabilità di reddito a chi lavora o preferisce lavorare con contratti a termine.

I lavoratori dovrebbero essere affiancati da Tudors, come avviene in Francia ed in Olanda, dove il lavoro interinale è affermato da più di cinquant'anni, ma la caratteristica principale di questi tudors è che appartengono a strutture pubbliche di ricollocamento efficienti ed efficaci.

Ovviamente il mercato non sempre riesce a garantire la piena occupazione, per cui sono necessari ammortizzatori sociali più pesanti, non solo garantendo un reddito di sussistenza ma, soprattutto la partecipazione sistematica a corsi di qualificazione, che consentirebbe ai lavoratori di approdare verso settori con maggiore richiesta di personale, rispetto ad altri.
Il motore effettivo deve essere il Centro Impiego del Lavoro, affiancato da tutte le altre possibili strutture pubbliche e private, che facilitino il più possibile l'incontro della Domanda e dell'Offerta.
Nelle strutture di reimpiego occorrono persone motivate anche economicamente ed orientate ad aiutare il prossimo, senza fare preferenze.
Occorre che queste persone siano riconosciute per la qualità dei risultati raggiunti, e per contro siano rimosse qualora non siano all'altezza del ruolo, o in casi accertati di favoritismo o discriminazione.

Il sistema non deve mai danneggiare il lavoratore, con giudizi sfavorevoli, del tutto arbitrari e soggettivi da chi li formula.
Un lavoratore che si senta supportato nella fase di ricollocamento, sa di poter contare su una struttura trasparente ed efficace, che non sarà mai discriminato, neanche da un giudizio negativo ( giudizio non sempre obiettivo e veritiero), questo lo renderebbe meno ricattabile e migliorerebbe il sentiment generale verso questa categoria di lavoratori.

In conclusione, la precarietà nelle forme più deleterie che svilisce la dignità del lavoratore non la si combatte solamente con incentivi alle aziende che assumano con contratti a tempo indeterminato, ma occorrono:
-strutture che agevolino l'incontro della Domanda e dell'Offerta, che riducano i tempi di attesa tra un contratto ed un altro;
-ammortizzatori sociali sia in termini di reddito minimo garantito che di corsi di qualificazione, che facilitino il reinserimento;
-un monitoraggio attento e costante del mercato del lavoro;
-incentivi atti a premiare le persone più adatte ed efficaci nel ruolo di mediatore tra chi chiede e chi offre lavoro;
-nelle fasi di recessione le opere pubbliche sono il motore necessario, purché non realizzino delle cattedrali nel deserto ma creino infrastrutture in grado da creare un effetto leva nelle zone a basso sviluppo economico;
-colpire i casi di discriminazione, emarginazione, ingiustizia.

Tutto questo potrebbe sembrare utopico ed ingenuo, ma ogni passo verso questa direzione non potrà che fare bene ai circa 5 milioni precari del lavoro, dai co.co.pro. ai contratti di somministrazione ed alle partite Iva fittizie; perchè una società che è acquiescente verso ogni forma di sfruttamento mina le basi della giustizia e finisce per andare immancabilmente in crisi, sia economicamente che socialmete .

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