Questo pupazzetto non ci rappresenta, ma esprime lo stato d'animo della precarietà,
a cui non Vogliamo Assomigliare ...
la scelta è ... In Direzione Ostinata e Contraria
D.O.C.









sabato 21 marzo 2009

CHE COSA MI ASPETTO SUL LAVORO?

Essenzialmente di essere pagato, di portare a buon fine il lavoro e di non illudermi troppo sulla sua trasformazione in un lavoro a tempo indeterminato.
Credo molto poco alla storia di testare la risorsa prima di assumerla e di questo avremo modo di ragionare più compiutamente.
La soddisfazione principale che mi prefiggo ogni volta che intraprendo un lavoro a termine, è di lasciare, quanto più possibile, una buona traccia del mio passaggio.
Superato un primo momento di ambientamento, analizzo i vari problemi e cerco di trovare quello di maggior importanza, lavorando per una sua soluzione soddisfacente o che almeno evidenzi il problema.
Per es. in un'azienda era forte l'esigenza di ristabilire il controllo degli incassi con le Ri.Ba. e conseguentemente costruire un sistema valido operativo con reports periodici di aggiornamento giornaliero degli incassi;
in un'altra azienda, configurata come gruppo, una galassia di aziende, creare un data base "working progress" con tutte le informazioni utili d'aggiornare alla CCIAA, pena costose sanzioni;
in altra situazione era forte la necessità di costituire un controllo giornaliero dei flussi di cassa, ripartiti contabilmente in cinque società, ma fisicamente indistinti in unica tesoreria, trattandosi di una sala giochi, con un controllo specifico dei flussi di cambio moneta delle slots machines (distinguendone l'appartenenza per società).

Quello che mi prefiggo è di trovare la soluzione, elaborare un metodo di lavoro, lasciare traccia e quando mi è data la possibilità, farlo apprendere alle persone che continueranno a lavorarvi.
Sotto questo punto di vista la maggior parte delle "missioni" di lavoro, mi hanno dato soddisfazioni e consentito di trovare altro lavoro.
Il lavoro temporaneo costituisce una galassia variegata, e mi rendo conto che generalizzare è scarsamente utile, ma può essere un metodo di approccio valido anche per altri che condividono la mia situazione.
Per esperienza, nel mio specifico lavoro, non ha senso  la difesa del proprio orticello, creando aree che nessun altro sa gestire. La contabilità non da di questi privilegi, pur tuttavia si possono avere delle sensibilità e delle capacità di analisi dei problemi che altri non possiedono. Si possono creare degli strumenti di controllo e di gestione per particolari problematiche ... in questo caso il lavoro acquista un plusvalore e l'apporto del singolo diviene unico ed insostituibile, fino a che le nuove metodiche non siano acquisite da altri, ma ciò non esclude che si possa arrivare ad analizzare gli stessi problemi seguendo altre vie.

Fossilizzarsi su poche cose essenziali garantisce un primato in un'azienda, così come lo sono i rapporti che col tempo vengono a crearsi tra le persone in quel contesto, ma se occorre, come spesso accade, cambiare scenari operativi è meglio avere la massima apertura ad acquisire sempre nuove metodiche, e a condividere il proprio lavoro, garantendosi, la necessaria trasparenza del proprio operato: una maggiore valutabilità oggettiva  consente maggiore inattaccabilità  da chi, per proprio tornaconto, cerca di garantirsi il suo lavoro mettendo in cattiva luce l'operato altrui.
 
Ovviamente non è garantito nulla in situazioni contrattuali svantaggiose, dove c'è forte turnover, al minimo cenno di insofferenza al proprio modo di agire, sentito come possibile minaccia o percepito  scomodo o semplicemente non gradito; almeno si cerca di limitare i danni e di ben influenzare chi ha occhi e ragione per ben giudicare un operato  trasparente e corretto.

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