Giovedì 27 Aprile 1944, Kalinovik, Sarajevo
Nevica!
Ormai la neve è diventata una ossessione: è da novembre che l'ho fra i piedi:
più di sei mesi! I viveri mancano ... (dal diario del Cap. Luigi Ferraris).
Mio
Padre (Umberto Falconi) ricorda - C’è un’epidemia di tifo
petecchiale, ho la febbre e stento a non perdere i sensi … quel giorno fu
brutto davvero ... fui fatto prigioniero dai cetniks, consegnati il giorno dopo ai tedeschi, ci trasferirono al dulag 172 di Belgrado, un campo di smistamento per altre destinazioni.
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Torniamo in dietro, di due mesi e mezzo.
L’odissea del trasferimento dal Montenegro alla Bosnia di due Brigate italiane nel 1944 da questo scritto di Leo Taddia, che liberamente riporto, con qualche piccola aggiunta in corsivo, chiedendo scusa all'autore.
la II e la III brigata dovevano portarsi in Bosnia. La Bosnia era lontana. Ci attendevano
centinaia di chilometri, pareti e pareti di neve da far superare ai muli, alle
armi pesanti, e soprattutto ad uomini debilitati, privi di adeguato
equipaggiamento (c’era chi non aveva le scarpe), affidati ogni giorno – dopo
gli ormai noti calvari delle truppe –al problematico reperimento di vitto ed alloggio [...]
Ricordo poco dei febbrili preparativi per la partenza. Mi è
rimasto impresso solo il volto teso del Cap. Pietro Marchisio e l’andirivieni a cavallo del
capo di S.M. della brigata, Ten. Misitano. La figura di Marchisio – sempre eretta,
quasi rigida – era inconfondibile, per noi poco più che ragazzi, fu un punto di riferimento importante.
Un mese dopo, già condannato
dal tifo petecchiale, sovrastava da ogni parte la colonna, sfinita ma, grazie al suo esempio, non dissolta; fu per questo che i soldati, raccoglieranno, nell’ultimo tratto, tutte le
loro forze per caricarselo barellato sulle spalle; lo deporranno in un angolo
sterrato di Lijecevina, ultima fermata,il 25 aprile 1944 [...]
Ai
soldati, prima di partire, fu distribuita farina per quattro giorni di marcia. Un’«abbondanza» che
suscitò allegria, anche perché qualcuno aveva messo in giro una voce: il
movimento verso la Bosnia altro non era che l’inizio della marcia d’avvicinamento
all’Italia,:il
rimpatrio via terra. Naturalmente i più scettici, vecchi reduci della
Grecia e dell’Albania, non cessarono di esserlo.
La ricerca più
spasmodica era per le scarpe, se
ne trovarono poche e chi le trovò fu quasi sempre chi ne aveva meno bisogno.
La sofferenza fu
tanta. Restano i ricordi: gambe affondate nella neve, lo sforzo di ogni passo da ripetere per
dieci, undici, dodici ore al giorno, dall’alba alla sera, e le ore allucinanti dell’arrivo
che non arrivava mai, perché i tempi calcolati erano sempre in difetto
a causa dell’assenza di piste; alle sorprese del terreno; ai distacchi che si frapponevano
fra i reparti quando cadevano i muli e
ci volevano ore per farli rialzare o per liberarli dal carico e dalla stessa loro…
carne, se morti; alle perdite della direzione e dell’orientamento; ai ritorni indietro
per ritrovare la pista o cercare chi non rispondeva più alla voce (e non avrebbe
più risposto).
A
fine tappa, uno o più… supplementi di tappa perché le case predisposte dall’intendente
jugoslavo erano distanti l’una dall’altra, disseminate su un terreno a
saliscendi, spesso non avvistabili per l’ostruzione della neve o per l’oscurità
o perché defilate dietro alture o depressioni. La popolazione civile
aveva l’obbligo di provvedere di vitto e alloggio i partigiani.
Era
anche stabilita la razione giornaliera. Misure teoriche, lontanissime da ogni
possibilità reale. Stremata
dai continui prelievi, a quella gente, che campava di latte, granoturco e
patate, era rimasto ben
poco ... orzo, segale o quello che si riusciva a "trovare" ...
La
risorsa-base, il santo salvatore della loro (e nostra) sopravvivenza, fu la
pecora. Non è immaginabile la rapidità con cui le pecore venivano scuoiate,
fatte a pezzi e messe in pentola. Senza sale, altro genere latitante. Il pasto
della giornata, poi era quello della sera, stava tutto lì (ma sarebbero venuti
giorni in cui
l’avremmo sospirato!), mezza gavetta di brodo, qualche scaglia di patata, un
pezzetto di carne.
Quel poco
spariva in un attimo, a sfamare no, ma a riscaldare i corpi, e subito,nello
stanzone sterrato e semibuio, un improvviso silenzio scendeva come una lama
dura a segnare il confine tra ospitati e ospitanti: i primi che occupavano tre quarti
dello spazio, i secondi – sempre identiche rassegnate figure,
una
donna, un vecchio, un bambino – ritratti in un angolo, attorno al fuoco. Si
andò avanti così per nove giorni.
Nel decimo l’arrivo: Kalinovik era il regno
del vento, come tutto l’altopiano sul quale si trovava.
Una
distesa di gelo e di silenzio. All’infuori del vento non ricordo altre voci. Di
quattro battaglioni della brigata, due erano stati dislocati in direzione di
Sarajevo, occupata dai tedeschi, due in direzione dell’Erzegovina, zona di
prevalente occupazione ustascia. Ci trovavamo praticamente incuneati in zone
controllate dal nemico che le aveva dovute lasciare un paio di mesi prima, in pieno
inverno. Non era arbitrario pensare che se le sarebbero riprese con l’arrivo
della primavera. Si era nella prima decade di marzo.
Il
14 marzo il silenzio fu rotto dal gracidoso rumore di un aereo. Era una “cicogna”.
Fece alcuni giri, poi si
abbassò e lasciò cadere alcuni spezzoni. La casa dove era accantonata una
compagnia fu colpita in pieno. Un disastro: 1 ufficiale e 11 soldati morti,
altri 13 feriti, tutti molto gravi.
Trovammo uno stanzone,una specie di stalla,
per approntare un ospedale e ricoverare i feriti. Ma non furono i feriti a
riempirlo. Si riempì in pochi giorni di una processione di malati. Di punto in
bianco gli uomini erano colti da febbre altissima. Il nemico che avevamo
creduto di fuggire lasciando il Sangiaccato ci aveva seguito: era
il tifo petecchiale. Al ten. Medico Decio Rubini bastò un’occhiata per
accertarlo. Caro, generoso Rubini! Aveva pronunciato la diagnosi dell’agonia
sua e della brigata! In breve ci si rese conto di trovarsi di fronte ad un vero
e proprio flagello.
La
malattia, di per sé grave, ma per noi gravissima perché mancavamo di tutto –
medicinali, assistenza, cibo
– aveva un decorso canonico. La febbre, subito altissima, delirante, con
perdita pressoché totale di
coscienza, durava 12 giorni. Chi superava il dodicesimo aveva qualche possibilità
di cavarsela. Ma in quelle
condizioni, i più cedevano prima.
Un
giorno entrai, a Kalinovik, in quello stanzone che chiamavamo ospedale. Distesi
su mezzo palmo di
paglia, gli uomini erano ridotti a larve. I più tacevano, gli occhi sbarrati e
fissi; alcuni mi riconoscevano, ed era straziante sentirsi chiamare “signor
tenente, mi aiuti!”
Sapevano fin troppo bene che nessuno poteva aiutarli.
Di
quella impotenza soffrivamo, ora, più della fame, più dell’offesa nemica, la
cui ripresa era nell’aria. In mancanza d’altro, i medici si prodigavano a
curare le piaghe da decubito, occasione per chinarsi sui malati e dir loro
qualche parola di conforto. Il ten. Medico Vincenzo Talamo appuntì e disinfettò
un lungo chiodo col quale tentò di estrarre schegge da una ferita del ten.
Vittorio Bartoletti.
Come
si prevedeva, tedeschi e cetnici mostrarono presto di volere riprendere il
controllo diretto del territorio.
I loro attacchi, erano frazionati, disseminati su tutta l’area.
E
trovavano uomini sempre meno in grado di resistere. Il Capitano non faceva che
ispezionare e parlare ai reparti, ma aveva esaurito le parole. Esaminata
la situazione, dovette accettare quello che fino allora aveva cercato in ogni
modo di evitare: lo
smembramento della brigata. Una
compagnia fu fatta partire per Mrezica, a protezione di un ospedale dove c’erano
circa 150 italiani ammalati
di tifo. Ad eccezione di quest’ultimo movimento non so dire se tutti gli altri
ebbero effettivamente luogo; ma credo che ne mancò il tempo. La situazione
precipitò per tutti, reparti italiani e formazioni
slave. Tedeschi,
cetnici, ustascia dilagarono. E con loro dilagò il tifo.
Non
rimaneva che formare una colonna e affrettarsi a lasciare la zona. È
quel che facemmo, prendendo non più l’itinerario dell’arrivo, già sbarrato dall’offensiva
tedesca, ma la
Zelena Gora, uno dei percorsi di estrema emergenza, privi di vie di comunicazione
– pura roccia, neanche un sentiero – in virtù dei quali le otto offensive
tedesche, pur minuziosamente preparate e condotte, non poterono mai avere
ragione dei partigiani di Tito.
A
Kalinovik, occupata il 5 aprile da mezzi corazzati tedeschi e da una brigata di
cetnici, dovemmo forzatamente abbandonare l’ospedale con circa 400 ricoverati:
furono lasciati ad assisterli il ten. medico Vincenzo
Talamo e un cappellano militare, il cappuccino Padre Candido.
Delle due Brigate, l'altra fu praticamente distrutta. I pochi uomini rimasti, il 9 aprile furono assimilati ad una Brigata Bosniaca. Questa fu da subito incalzata ed impegnata dai cetnici e dai tedeschi, molti uomini furono uccisi o fatti prigionieri entro la fine dello stesso mese.
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Continua il racconto di Leo Taddia:
Marchisio,
rifiutata la barella, montava a cavallo. Egli era, ufficialmente, sempre il
comandante della brigata;
di fatto, da quel momento, il comando fu assunto dal capitano Zavattaro
Ardizzi. Se l’andata era stato
a cavallo, il ritorno fu un’agonia.
Fu
un affrettarsi iniziale, in cui ognuno doveva fare appello ad impensate energie;
poi, usciti dalla zona di immediato pericolo, l’allentarsi della tensione, l’andare
per inerzia, a spinte in avanti, trascinati dal
braccio afferrato alla coda del mulo.
Cominciava
la selezione delle forze. Reggere, in questo stadio, dipende molto dal cervello.
Non ricordo se mangiavamo (no, di certo) e dormivamo (non certo nelle case).
Di
case ne ricordo una sola: tristissima, isolata, in un posto squallido e
deserto.
Nella
casa, poco più che una capanna, fummo costretti a malincuore, a lasciare due barellati. Un’ora
dopo sopraggiunsero i cetnici: divorati
dalle febbri, moribondi, la sorte dei due era comunque segnata, semmai accelerata , in genere i cetnici non facevano prigionieri[...]
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Il nostro unico pensiero fu il passaggio al Piva,
il fiume oltre il quale poteva realizzarsi una speranza di salvezza, sempre con tedeschi e cetnici alle calcagna.
Il Piva era
senza ponti. Solo due funi d’acciaio
univano le rive. Due funi sovrapposte e parallele. Quelle in alto su cui far
scorrere le ascelle; l’altra
in basso, su cui aderire e scivolare lateralmente coi piedi. Bisognava tenersi
forte, resistere alle oscillazioni,
non guardare in basso, dove le acque, in quella stagione di disgelo, correvano
forti e vorticose [...]
La brigata passò.
Eravamo a valle. L’aria era cambiata.
Non pestavamo più neve, ce ne accorgemmo tutto ad un tratto solo dopo passato
il fiume. Della
primavera però sentivamo soltanto l’umidore che saliva dalla terra; e una
grande estenuazione nelle
membra. I corpi sembrava che si sciogliessero, ma avevamo fame, tanta fame.
Arrivati
in Erzegovina, ci contammo. Eravamo 221 (quello che rimaneva di una sola brigata partigiana - sono unità più sottili, in genere non superano i 1000_2.000 uomini, anzichè i 5.000 convenzionali ) Mancavano, è vero, parecchi ammalati
che arriveranno in un secondo tempo. Ma le perdite erano ugualmente spaventose.
Eravamo partiti per la Bosnia in 1.200".
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I ricordi legati a mio Padre, non hanno a che fare solo con i racconti di guerra. C'è molto di più, soprattutto il caro ricordo di una persona solare, dal carattere aperto e gioviale.
Questo fu un periodo particolarmente difficile della sua vita, spesso sottaciuto, appena accennato e spesso ignorato ... per questo l' ho riscoperto solo di recente, con stupore, tenerezza ed orgoglio.
Dimenticare sarebbe un grave torto a tutti coloro che hanno vissuto l'indicibile, anche se non ci sono mai sufficienti parole per descrivere e raccontare il male assoluto, la guerra, solo la Speranza che non si ripeta più.