Questo pupazzetto non ci rappresenta, ma esprime lo stato d'animo della precarietà,
a cui non Vogliamo Assomigliare ...
la scelta è ... In Direzione Ostinata e Contraria.








giovedì 15 marzo 2012

SIETE FELICE, MONTAG?

Questa è la domanda chiave in Fahrenheit 451 di Ray Bradbury.

 Montag brucia libri, in un' epoca dove i vigili del fuoco non spengono incendi, ma reprimono “il reato di lettura. Sono le fantasie e le menzogne dei romanzi, secondo il capitano Beatty, il male che attenta alla tranquillità degli esseri umani, li emargina, instilla supponenza creando disuguaglianze, li rende perennemente insoddisfatti, li induce a voler cambiare vita, a inseguir chimere.
Una Società ipertecnologica, fortemente invasiva della privacy di ognuno, dove tutto è organizzato, controllato, edulcorato; dove i problemi non si affrontano, sono semplicemente ignorati, eliminati, per non diffondere turbamento nelle coscienze, per non obbligare a trovare delle soluzioni.
Un giorno Montag incontra Clarisse che gli rivolge la domanda … Siete Felice?
Osservare il punto di vista di Clarisse fa riscoprire a Montag, il gusto alla vita, la gioia delle piccole cose, e di “molto altro ancora” in alternativa alle sciocchezze diffuse dai media (soap, reality, fictions, salotti vari …), subite passivamente dalla moglie Mildred.
Montag sceglie di essere un sovversivo,  nasconde un libro, provando il gusto del proibito, quasi che quello racchiudesse la soluzione, il senso alla sua vita. Ne raccoglie altri, insaziabilmente, riscoprendo la memoria storica e la propria identità. Diventa un  uomo libro: impara a memoria un testo, per meglio conservarlo e diffonderlo.



Il mio libro preferito è "Tifone" di Joseph Conrad. Il Vostro qual'è?

lunedì 12 marzo 2012

L'ARTISTA TACCAGNO (parabola Zen)

Gessen era un monaco artista. Prima di mettersi a disegnare o  a dipingere, insisteva sempre perché lo pagassero in anticipo, e  i suoi compensi erano molto alti. Tutti lo conoscevano come «l'artista taccagno».
Una volta una geisha gli ordinò un dipinto.
«Quanto puoi pagare?» chiese Gessen.
«Quello che vuoi tu,» rispose la ragazza «ma voglio che tu faccia il lavoro davanti a me».
Così un certo giorno Gessen fu chiamato dalla geisha. Ella dava una festa per il suo protettore.
Gessen, con eleganti pennellate, fece il dipinto. Quando lo finì, chiese la cifra più alta di quel tempo.
Ricevette la somma. Allora la geisha, rivolgendosi al suo protettore, disse: «Quest'artista non vuole che il denaro. I suoi dipinti sono belli ma la sua mente è sudicia; il denaro l'ha trasformato in una melma. Uscita da una mente così sporca, la sua opera non è degna di essere esposta. È a malapena adatta per una delle mie sottovesti». E togliendosi l'abito, chiese a Gessen di fare un'altra pittura sul dietro della sua sottoveste.
«Quanto mi paghi?» domandò Gessen.
«Oh, qualunque somma» rispose la ragazza.
Gessen stabilì una cifra spropositata, fece il dipinto come gli era stato chiesto di farlo e se ne andò.
In seguito si seppe che Gessen era tanto avido di denaro per queste ragioni:
Spesso la sua provincia era afflitta da una terribile carestia. I ricchi non aiutavano i poveri, così Gessen aveva un magazzino segreto, ignoto a tutti, che lui teneva sempre pieno di grano, pronto per quei casi di emergenza.
La strada che portava dal suo villaggio al Santuario Nazionale era in pessimo stato e per molti pellegrini il viaggio era estremamente disagevole. Lui voleva costruire una strada migliore.
Il suo insegnante era morto senza portare a compimento il desiderio di costruire un tempio, e Gessen voleva terminare questo tempio per lui.
Quando Gessen riuscì a realizzare questi tre desideri, buttò via i pennelli e gli attrezzi da pittore e, ritiratosi sulle montagne, non dipinse mai più.

domenica 11 marzo 2012

COME SI SCRIVE UNA POESIA CINESE

A un famoso poeta giapponese fu domandato come si componga una poesia cinese. «La consueta poesia cinese è di quattro versi» spiegò lui. «Nel primo verso c'è la premessa; nel secondo c'è la continuazione di quella premessa; il terzo verso si allontana dall'argomento e ne comincia uno nuovo; e il quarto verso collega i primi tre. Un canto popolare giapponese esemplifica quanto ho detto:

A Kyoto vivono le due figlie di un mercante di seta.
La più grande ha vent'anni, la più giovane diciotto.
Un soldato può anche uccidere con la sua spada,
Ma queste ragazze uccidono gli uomini coi loro occhi.

venerdì 9 marzo 2012

SII SINCERO CON TE STESSO


… e,come la notte segue il giorno,ne seguirà che non potrai essere falso con nessuno. W.Shakespeare

Per quanto mi riguarda, ad esser sincero con me stesso, mi piace assai questa citazione:
Io sono io, null'altro vorrei essere.
seppure non mi piaccio su alcune cose
avrei nostalgia anche dei difetti. 

Joan Mirò esponente del Surrealismo. L’influenza delle teorie freudiane stimola la  ricerca in ogni campo delle arti, che intravvede attraverso l’esplorazione e la conoscenza del “ Se”, l’opportunità  di cambiare il Mondo e le sue regole convenzionali.Il Surrealismo è ostile ad ogni autoritarismo di qualunque matrice sia,  e alle degenerazioni del potere burocratico, lo stalinismo. Rivaluta la donna, energia positiva e costruttiva ,quando l’uomo non si pone a lei in rapporto gerarchico, competitivo  ed autoritario, “la compagna che a volte impara e a volte insegna” , vera rivoluzione per la mentalità del tempo.
Nulla di nuovo s’inventa, semmai si riscopre l’insegnamento Socratico del “conosci te stesso”,   ammicca all’alchemica illusione di cambiare il piombo in oro, non come processo ellettrolitico, ma come metafora della trasformazione della pesantezza dell’ignoranza (piombo) con la conoscenza (oro). In fine, all’idea Buddista che siamo parte di un Tutto, in continua trasformazione.
Sbocconcellando  questi concetti qua e la , sono approdato  probabilmente allo scopo di questa ricerca, imbattendomi nella definizione di un concetto evolutivo del “se”, molto stuzzicante nonché consolatorio: l’ Impermanenza.
Ho trovato uno scritto sul web, talmente fatto bene che non saprei fare meglio, per questo lo riporto pari pari, citando per onestà intellettuale la fonte gasgas, lo so sembra fuorviante, ma vi assicuro, non è quello che lascia intendere dal nicknameJ
Sono dell’idea che niente succeda mai veramente per caso, ed ogni cosa prova che ognuno procede per diventare ciò che è. Questo è il senso profondo della nostra vita.

Per questo, nel corso della vita, dobbiamo fare i conti con molte cose; dobbiamo misurarci con meccanismi mentali e comportamentali che non ci appartengono, per realizzare quel miracolo di unicità e irripetibilità che ognuno poi rappresenta.
Ma poi, perché devo partecipare al tormentato percorso di crescita di altri individui? Perché si inseriscono nei miei pensieri e con meccanismi calcolati fomentano odi, rifiuti, paure e vendette?
Potrei in una parola semplice, "sbattermene"; potrei ignorare queste persone … insomma, è chiaro che io vivo in una comunità, in un "condominio" molto articolato, ma è giusto che i "condomini" mi rigettino addosso le loro idiosincrasie per sentirsi meglio? Loro?
Ma allora queste persone, come interferiscono con la mia vita? Con la mia crescita?

Bisognerebbe interrogarci sulla teoria che ci vede come un unico organismo collettivo. Tenuto conto che facciamo tutti parte di un Tutto, io piccola cellula, vorrei mantenermi sano in questo organismo in disfacimento; vorrei che la trasformazione diventasse trascendenza: che si potesse attuare una metamorfosi che mi porti ad una umanità nuova. E’ possibile?

Penso di sì: accettando l’impermanenza come principio base della nostra vita, sapendo che possiamo fluire e muoverci con le circostanze eternamente mutevoli della vita.
Penso che sia possibile essere "nel mondo, ma non del mondo"; con la consapevolezza che siamo disponibili a "morire" al momento presente, lasciando che gli altri "muoiano" intorno a noi. Essere disposti a "morire" qui, vuol dire essere disposti ad affrontare il fatto che il tempo e gli altri cambiano, se ne vanno, crescono non riuscendo mai del tutto ad essere all’altezza delle nostre aspettative.

Ecco che anche "loro", quelli che ci "importunano", allora trovano una funzione: misurano la nostra quantità di accettazione dell’impermanenza. Dovremo essere poi in grado noi di ritrasmetterla a loro. L’impermanenza è quello che ci salva. Significato di impermanenza: la rinuncia alle cose non consiste nel fare a meno delle cose di questo mondo, ma nell'accettare che se ne vadano via. Tutto è impermanente: prima o poi tutto se ne andrà. La rinuncia è uno stato di non attaccamento, di accettazione di questo passare.
Le foglie cadono; il letame e l'immondizia si accumulano; ma dal letame nascono i fiori, le piante: cose che pensiamo siano belle. La distruzione è necessaria. Senza distruzione, non ci potrebbe essere nuova vita e la meraviglia della vita, del cambiamento costante non potrebbe esistere. Dobbiamo vivere e morire, e questo processo è in sé perfezione. Tutto questo cambiamento non è, tuttavia, ciò che avevamo in mente. Non siamo predisposti ad apprezzare la perfezione dell'universo. Siamo inclini a trovare un modo per durare per sempre nella nostra immutevole gloria...
Concludendo a che cosa servono le utopie? (ad esempio il superamento della morte e della sofferenza, i  cambiamenti migliorativi della natura e della condizione umana ...)
 Nientaltro che a vivere meglio.
 Così è (se vi pare).

Sempre personalmente, smentendo tutto quanto scritto in precedenza, e soffrendo in questa vita e forse anche nella prossima, perchè profondamente sentimentale e non indifferente e cinico a quanto mi accade attorno, dico che valga sempre la pena lottare per ciò per cui si crede ... chissà alla fine della fiera, anche così non si ottenga un cambiamento, lottando perchè le cose non cambino.  

mercoledì 7 marzo 2012

CHE BELLO CHE QUESTO TEMPO di Claudio Damiani


Che bello che questo tempo

è come tutti gli altri tempi,

che io scrivo poesie

come sempre sono state scritte,

che questa gatta davanti a me si sta lavando

e scorre il suo tempo,

nonostante sia sola, quasi sempre sola nella casa,

pure fa tutte le cose e non dimentica niente

- ora si è sdraiata ad esempio e si guarda intorno -

e scorre il suo tempo.

Che bello che questo tempo, come ogni tempo, finirà,

che bello che non siamo eterni,

che non siamo diversi

da nessun altro che è vissuto e che è morto,

che è entrato nella morte calmo

come su un sentiero che prima sembrava difficile, erto

e poi, invece, era piano.

Che strana poesia è questa, così quieta, ma non priva di stupore per il tempo calmo, apparentemente perso, e la fine di ogni tempo …  per contrasto ,e, meglio afferarne  la sua particolarità, ecco un   brano tratto dall’ Ebreo errante  di Jean d’Ormesson:
[…]Per combattere la Morte nulla vale quanto l’Amore. Ma, in mancanza d’amore, tutte le altre passioni andranno benissimo. L’essenziale è distrarci, farci pensare ad altro, tenerci occupata la mente prima che finisca la giornata e si spengano le luci […]  Non c’è vita che non sia dominata dall’ombra della morte. E tutto lo sforzo della vita sta nel respingere l’idea della morte con l’esplosione, con l’abbondanza con l’accumulo di vita. E’ per questa ragione che ci sono delle strade, dei ponti, dei complotti, dei viaggi, delle Borse, dei Teatri D’Opera, delle battaglie, dei concorsi di eleganza e delle corride, degli amori felici e degli amori infelici, dei deliri e delle sfilate, delle  ambizioni e dei sogni. E delle persone che li raccontano perché ci sia della creazione in seno alla creazione e un po’ più di vita nella vita. E’ quello che fa con voi che avete paura di morire, il povero Simon Fussganger, che muore ogni giorno di non morire. Storie! Storie! Ci servono delle storie per dimenticare ciò che ci attende.  

mercoledì 29 febbraio 2012

L'INTERRUZIONE DEL COMPITO

Nel lavoro a termine, quando sopraggiunge la scadenza e la missione è per varie ragioni interrotta o non rinnovata, bisogna mettere in conto l’inevitabile contraccolpo psicologico: è un’esperienza emotiva spiacevole e dolorosa. 
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Al termine della missione, si è come un treno in corsa che deve bruscamente arrestarsi, creando non pochi inconvenienti. L’abbrivio naturale è il bisogno di completare il lavoro iniziato come esigenza personale suscitato dalla consegna. L’energia mobilitata dal compito continua ad operare per un certo tempo e cerca vie di scarico. E’ questo accumulo di energie che crea in ognuno una sensazione spiacevole e fastidiosa. 
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Inevitabile che ci accompagni, la sensazione individuale di aver sbagliato, che qualcosa non sia andata e che la causa è da attribuirsi esclusivamente a noi stessi.

E’ su questo inganno che, la maggior parte delle persone vive l’insoddisfazione e la sensazione di fallimento.  Non consola la condivisione dello stesso problema, di coloro che vivono la precarietà, l’effetto è una sensazione di isolamento, e, con la paura, di perdere il lavoro, sopraggiunge anche una cattiveria che connota questi anni di scarsa partecipazione solidale, di competizione senza regole, in nome della famiglia, quando la si vuol rendere nobile, in nome dell’egoismo o dell’invidia, quando è ignobile e detestabile. C’è qualcosa di profondamente sbagliato in questi meccanismi, indotti da un sistema produttivo che toglie umanità e dignità alle persone. I privilegi sono l’unica discriminante tra gli esseri umani, la legge della giungla finisce per avere il sopravvento, in un mondo appiattito alle sole esigenze di chi consuma, prima ancora di chi lavora.

In un contesto di questo genere, il vero cambiamento sta nel domandarsi che cosa sono riuscito a dare della mia umanità a chi condivideva, con me, la stessa esperienza; che cosa   ho saputo cogliere di buono dalle persone che hanno intersecato il mio cammino, e, come sia riuscito o meno a costruire con queste persone un piccolo, seppur significativo, passo nella direzione opposta ad una realtà che ci vorrebbe come cani, ringhianti nell’arena, pronti a scannarsi all’ultimo sangue.
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Il lavoro a termine porta un certo grado di frustrazione,  di cui bisogna tener conto e a cui bisogna saper reagire. La passione spesa per fare bene il proprio lavoro , l'idea di averlo fatto al meglio delle proprie possibilità, ma sopra ogni cosa, l'essersi spesi, anche "con" e "per" gli altri,  in ciò in cui si crede profondamente giusto;  sia il necessario contrappeso alla perniciosa sensazione di aver fatto, soltanto, l'ennesima fatica di Sisifo.
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Il Mito di Sisifo, figlio di Eolo e fondatore della città di Corinto, fu secondo alcuni il più saggio e prudente dei mortali, secondo altri particolarmente incline al mestiere di brigante. Ciò su cui tutti concordano è la sua particolare dote di astuzia e scaltrezza: era colui che otteneva sempre qualcosa in cambio, tant’è che fu - si dice - il promotore del commercio.
Divenne tristemente famoso per la pena eterna che gli dei gli inflissero quando discese definitivamente nel Tartaro. Così ce lo descrive Omero nell’Odissea:
 "E poi Sisifo vidi, che spasmi orrendi pativa che con entrambe le mani spingeva un immane macigno. Esso, facendo forza con ambe le mani ed i piedi su su fino alla vetta spingeva il macigno, ma quando già superava la cima, lo cacciava indietro una forza. Di nuovo al piano così rotolava l’orrendo macigno. Ed ei di nuovo in su lo spingeva e puntava; e il sudore scorrea pei membri e via gli balzava dal capo la polvere".
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Camus sintetizza saggiamente che "la felicità e l’assurdo sono figli della stessa terra e sono inseparabili. Non v’è sole senza ombra e bisogna conoscere la notte." Allora il macigno è la vita stessa che richiede di essere accolta in ciascuno di noi consapevolmente, che pretende di essere non solo vissuta, ma anche saputa, prima ancora che "capita."

sabato 25 febbraio 2012

IO VOLO _ RAI 5 _ REGIA MATTIA COSTA




Il volo in aliante, non inteso come attività agonistica ma come ricerca di uno stile e di una filosofia di vita. Il racconto è ispirato agli insegnamenti che il volo esercita su chi lo pratica


Io lo posso capire
Nel volo come nella vita è importante sforzarsi di prevedere il futuro, proiettarsi in là nel tempo e nello spazio. La storia di un campione di volo a vela e di una principiante si somigliano perché le accomuna la fiducia in ciò che ancora ha da venire.

Io non mi fermo
Nel volo nulla è lasciato al caso eppure l’imprevisto è dietro l’angolo. Arriva sempre il momento in cui bisogna prendere delle decisioni senza essere del tutto sicuri delle conseguenze. Imparare a decidere con incertezza è il primo passo per controllare l’ansia.

Io ho dei dubbi
Quando si vola il vento è relativo. La percezione del mondo che si ha da un aliante è spesso ingannevole ed in questo somiglia alla vita: non esiste un solo punto di riferimento, ne esistono tanti. Il dubbio fa parte della nostra natura.

Io parto e mi fermo lontano
A volte quel che accade ti costringe a cambiare i tuoi piani, altre volte tutto va esattamente come avevi previsto. Nel volo, come nella vita, non si decolla mai dando per scontato che si ritornerà.

Io ho paura mi fermo qui
Un pilota così come ognuno di noi, deve fare i conti prima o poi con l’insuccesso. Fallire porta con sé il desiderio della rivincita. Fallire è una fortuna e i voli del passato sono la base per migliorare. Imparare a rinunciare è difficile ma indispensabile.


Io mi commuovo
Ci sono tanti vecchi piloti paurosi. I temerari, in genere, non diventano vecchi. Dagli errori degli altri si impara, nel volo come nella vita, che la fortuna e l’esperienza sono altrettanto importanti ma solo grazie alla memoria i traguardi diventano punti di partenza.

Io ce la faccio
Avere un obiettivo in mente permette, tanto nel volo quanto nella vita di tutti i giorni, di superare gli ostacoli che ci arrivano da fuori e da dentro di noi. La piena libertà, nel volo, si ottiene con la ferrea disciplina di chi si pone un obiettivo da raggiungere.

Io sono cosciente
Nella nostra società la morte è una parola bandita sostituita goffamente da termini come “scomparsa”. Il volo ha sempre a che fare con la morte, è una possibilità concreta con cui si convive più o meno serenamente.

Io e il tutto
Volare significa avere un rapporto speciale con il cielo. Il pilota sperimenta più spesso di chiunque altro una vicinanza totale ed assoluta con la natura, che può essergli amica e nemica ad un tempo. Sentirci parte del tutto è un’intuizione che ci fa sentire vivi.

Io sono solo
In volo si è soli. Spesso ci si giudica altre volte ci si perdona tutto. Il peso delle nuvole e dei sogni grava tutto sulle nostre spalle. Il volo aiuta l’introspezione. Un pilota che non ha paura è nel medesimo tempo all’inizio e alla fine del suo percorso di crescita.         

Tratto dalla scheda di presentazione su Rai 5

giovedì 23 febbraio 2012

JUGOSLAVIA IN UN ANNO TERRIBILE: 1944


Giovedì 27 Aprile 1944, Kalinovik, Sarajevo
Nevica! Ormai la neve è diventata una ossessione: è da novembre che l'ho fra i piedi: più di sei mesi! I viveri mancano ... (dal diario del Cap. Luigi Ferraris). 
Mio Padre (Umberto Falconi) ricorda - C’è un’epidemia di tifo petecchiale, ho la febbre e stento a non perdere i sensi … quel giorno fu brutto davvero ... fui fatto prigioniero dai cetniks, consegnati il giorno dopo ai tedeschi,  ci  trasferirono al dulag 172 di Belgrado, un campo di smistamento per altre destinazioni.
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Torniamo in dietro, di due mesi e mezzo.
L’odissea del trasferimento dal Montenegro alla Bosnia di due Brigate italiane nel 1944 da questo scritto di Leo Taddia, che liberamente riporto, con qualche piccola aggiunta in corsivo, chiedendo scusa all'autore.
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.Le foto sono tratte dal sito ANVRG 
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"La notizia arrivò come una folgore nella prima decade di febbraio (1944):
 la II e la III brigata dovevano portarsi in Bosnia. La Bosnia era lontana. Ci attendevano centinaia di chilometri, pareti e pareti di neve da far superare ai muli, alle armi pesanti, e soprattutto ad uomini debilitati, privi di adeguato equipaggiamento (c’era chi non aveva le scarpe), affidati ogni giorno – dopo gli ormai noti calvari delle truppe –al problematico reperimento di vitto ed alloggio [...]
Ricordo poco dei febbrili preparativi per la partenza. Mi è rimasto impresso solo il volto teso del Cap. Pietro Marchisio e l’andirivieni a cavallo del capo di S.M. della brigata, Ten. Misitano. La figura di Marchisio – sempre eretta, quasi rigida – era inconfondibile, per noi poco più che ragazzi, fu un punto di riferimento importante.
Un mese dopo, già condannato dal tifo petecchiale, sovrastava da ogni parte la colonna, sfinita ma, grazie al suo esempio, non dissolta; fu per questo che i soldati, raccoglieranno, nell’ultimo tratto, tutte le loro forze per caricarselo barellato sulle spalle; lo deporranno in un angolo sterrato di Lijecevina, ultima fermata,il 25 aprile 1944 [...]
Ai soldati, prima di partire, fu distribuita farina per quattro giorni di marcia. Un’«abbondanza» che suscitò allegria, anche perché qualcuno aveva messo in giro una voce: il movimento verso la Bosnia altro non era che l’inizio della marcia d’avvicinamento all’Italia,:il rimpatrio via terra. Naturalmente i più scettici, vecchi reduci della Grecia e dell’Albania, non cessarono di esserlo.
 La ricerca più spasmodica era per le scarpe, se ne trovarono poche e chi le trovò fu quasi sempre chi ne aveva meno bisogno.
La sofferenza fu tanta. Restano i ricordi: gambe affondate nella neve, lo sforzo di ogni passo da ripetere per dieci, undici, dodici ore al giorno, dall’alba alla sera, e le ore allucinanti dell’arrivo che non arrivava mai, perché i tempi calcolati erano sempre in difetto a causa dell’assenza di piste; alle sorprese del terreno; ai distacchi che si frapponevano fra i  reparti quando cadevano i muli e ci volevano ore per farli rialzare o per liberarli dal carico e dalla stessa loro… carne, se morti;  alle perdite della direzione e dell’orientamento; ai ritorni indietro per ritrovare la pista o cercare chi non rispondeva più alla voce (e non avrebbe più risposto).
A fine tappa, uno o più… supplementi di tappa perché le case predisposte dall’intendente jugoslavo erano distanti l’una dall’altra, disseminate su un terreno a saliscendi, spesso non avvistabili per l’ostruzione della neve o per l’oscurità o perché defilate dietro alture o depressioni. La popolazione civile aveva l’obbligo di provvedere di vitto e alloggio i partigiani.
Era anche stabilita la razione giornaliera. Misure teoriche, lontanissime da ogni possibilità reale. Stremata dai continui prelievi, a quella gente, che campava di latte, granoturco e patate, era rimasto ben poco ... orzo,  segale o quello che si riusciva a "trovare" ...
La risorsa-base, il santo salvatore della loro (e nostra) sopravvivenza, fu la pecora. Non è immaginabile la rapidità con cui le pecore venivano scuoiate, fatte a pezzi e messe in pentola. Senza sale, altro genere latitante. Il pasto della giornata, poi era quello della sera, stava tutto lì (ma sarebbero venuti giorni in cui l’avremmo sospirato!), mezza gavetta di brodo, qualche scaglia di patata, un pezzetto di carne.
Quel poco spariva in un attimo, a sfamare no, ma a riscaldare i corpi, e subito,nello stanzone sterrato e semibuio, un improvviso silenzio scendeva come una lama dura a segnare il confine tra ospitati e ospitanti: i primi che occupavano tre quarti dello spazio, i secondi – sempre identiche rassegnate figure,
una donna, un vecchio, un bambino – ritratti in un angolo, attorno al fuoco. Si andò avanti così per nove giorni.
Nel decimo l’arrivo:  Kalinovik era il regno del vento, come tutto l’altopiano sul quale si  trovava.
Una distesa di gelo e di silenzio. All’infuori del vento non ricordo altre voci. Di quattro battaglioni della brigata, due erano stati dislocati in direzione di Sarajevo, occupata dai tedeschi, due in direzione dell’Erzegovina, zona di prevalente occupazione ustascia. Ci trovavamo praticamente incuneati in zone controllate dal nemico che le aveva dovute lasciare un paio di mesi prima, in pieno inverno. Non era arbitrario pensare che se le sarebbero riprese con l’arrivo della primavera. Si era nella prima decade di marzo.
Il 14 marzo il silenzio fu rotto dal gracidoso rumore di un aereo. Era una “cicogna”. Fece alcuni giri, poi si abbassò e lasciò cadere alcuni spezzoni. La casa dove era accantonata una compagnia fu colpita in pieno. Un disastro: 1 ufficiale e 11 soldati morti, altri 13 feriti, tutti molto gravi.
 Trovammo uno stanzone,una specie di stalla, per approntare un ospedale e ricoverare i feriti. Ma non furono i feriti a riempirlo. Si riempì in pochi giorni di una processione di malati. Di punto in bianco gli uomini erano colti da febbre altissima. Il nemico che avevamo creduto di fuggire lasciando il Sangiaccato ci aveva seguito: era il tifo petecchiale. Al ten. Medico Decio Rubini bastò un’occhiata per accertarlo. Caro, generoso Rubini! Aveva pronunciato la diagnosi dell’agonia sua e della brigata! In breve ci si rese conto di trovarsi di fronte ad un vero e proprio flagello.
La malattia, di per sé grave, ma per noi gravissima perché mancavamo di tutto – medicinali, assistenza, cibo – aveva un decorso canonico. La febbre, subito altissima, delirante, con perdita pressoché totale di coscienza, durava 12 giorni. Chi superava il dodicesimo aveva qualche possibilità di cavarsela. Ma in quelle condizioni, i più cedevano prima.
Un giorno entrai, a Kalinovik, in quello stanzone che chiamavamo ospedale. Distesi su mezzo palmo di paglia, gli uomini erano ridotti a larve. I più tacevano, gli occhi sbarrati e fissi; alcuni mi riconoscevano, ed era straziante sentirsi chiamare “signor tenente, mi aiuti!”
 Sapevano fin troppo bene che nessuno poteva aiutarli.
Di quella impotenza soffrivamo, ora, più della fame, più dell’offesa nemica, la cui ripresa era nell’aria. In mancanza d’altro, i medici si prodigavano a curare le piaghe da decubito, occasione per chinarsi sui malati e dir loro qualche parola di conforto. Il ten. Medico Vincenzo Talamo appuntì e disinfettò un lungo chiodo col quale tentò di estrarre schegge da una ferita del ten. Vittorio Bartoletti.
Come si prevedeva, tedeschi e cetnici mostrarono presto di volere riprendere il controllo diretto del territorio. I loro attacchi, erano frazionati, disseminati su tutta l’area.
E trovavano uomini sempre meno in grado di resistere. Il Capitano non faceva che ispezionare e parlare ai reparti, ma aveva esaurito le parole. Esaminata la situazione, dovette accettare quello che fino allora aveva cercato in ogni modo di evitare: lo smembramento della brigata. Una compagnia fu fatta partire per Mrezica, a protezione di un ospedale dove c’erano circa 150 italiani ammalati di tifo. Ad eccezione di quest’ultimo movimento non so dire se tutti gli altri ebbero effettivamente luogo; ma credo che ne mancò il tempo. La situazione precipitò per tutti, reparti italiani e formazioni slave.  Tedeschi, cetnici, ustascia dilagarono. E con loro dilagò il tifo.
Non rimaneva che formare una colonna e affrettarsi a lasciare la zona. È quel che facemmo, prendendo non più l’itinerario dell’arrivo, già sbarrato dall’offensiva tedesca, ma la Zelena Gora, uno dei percorsi di estrema emergenza, privi di vie di comunicazione – pura roccia, neanche un sentiero – in virtù dei quali le otto offensive tedesche, pur minuziosamente preparate e condotte, non poterono mai avere ragione dei partigiani di Tito.
A Kalinovik, occupata il 5 aprile da mezzi corazzati tedeschi e da una brigata di cetnici, dovemmo forzatamente abbandonare l’ospedale con circa 400 ricoverati: furono lasciati ad assisterli il ten. medico Vincenzo Talamo e un cappellano militare, il cappuccino Padre Candido.
Delle due Brigate, l'altra fu praticamente distrutta. I pochi uomini rimasti, il 9 aprile furono assimilati ad una Brigata Bosniaca. Questa fu da subito incalzata ed impegnata  dai cetnici e dai tedeschi, molti uomini furono uccisi o fatti prigionieri entro la fine dello stesso mese.
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Continua il racconto di Leo Taddia:
Marchisio, rifiutata la barella, montava a cavallo. Egli era, ufficialmente, sempre il comandante della brigata; di fatto, da quel momento, il comando fu assunto dal capitano Zavattaro Ardizzi. Se l’andata era stato a cavallo, il ritorno fu un’agonia.
Fu un affrettarsi iniziale, in cui ognuno doveva fare appello ad impensate energie; poi, usciti dalla zona di immediato pericolo, l’allentarsi della tensione, l’andare per inerzia, a spinte in avanti, trascinati dal braccio afferrato alla coda del mulo.
Cominciava la selezione delle forze. Reggere, in questo stadio, dipende molto dal cervello. Non ricordo se mangiavamo (no, di certo) e dormivamo (non certo nelle case).
Di case ne ricordo una sola: tristissima, isolata, in un posto squallido e deserto.
Nella casa, poco più che una capanna, fummo costretti a malincuore,  a lasciare due barellati. Un’ora dopo  sopraggiunsero i cetnici: divorati dalle febbri, moribondi, la sorte dei due era comunque segnata,  semmai accelerata , in genere i cetnici non facevano prigionieri[...]
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Il nostro unico pensiero fu il passaggio al Piva, il fiume oltre il quale poteva realizzarsi una speranza di salvezza, sempre con tedeschi e cetnici alle calcagna.
Il Piva era senza ponti. Solo due funi d’acciaio univano le rive. Due funi sovrapposte e parallele. Quelle in alto su cui far scorrere le ascelle; l’altra in basso, su cui aderire e scivolare lateralmente coi piedi. Bisognava tenersi forte, resistere alle oscillazioni, non guardare in basso, dove le acque, in quella stagione di disgelo, correvano forti e vorticose [...]
 La brigata passò.
 Eravamo a valle. L’aria era cambiata. Non pestavamo più neve, ce ne accorgemmo tutto ad un tratto solo dopo passato il fiume. Della primavera però sentivamo soltanto l’umidore che saliva dalla terra; e una grande estenuazione nelle membra. I corpi sembrava che si sciogliessero, ma avevamo fame, tanta fame.
Arrivati in Erzegovina, ci contammo. Eravamo 221 (quello che rimaneva di una sola brigata partigiana - sono unità più sottili, in genere non superano i 1000_2.000 uomini, anzichè i 5.000 convenzionali ) Mancavano, è vero, parecchi ammalati che arriveranno in un secondo tempo. Ma le perdite erano ugualmente spaventose. Eravamo partiti per la Bosnia in 1.200".
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I ricordi legati a mio Padre, non hanno a che fare solo con i racconti di guerra. C'è  molto di più,  soprattutto  il caro ricordo di una persona solare, dal carattere aperto e gioviale.
Questo fu un periodo particolarmente difficile della sua vita, spesso sottaciuto, appena accennato e spesso ignorato ... per questo l' ho riscoperto solo di recente, con stupore,  tenerezza ed orgoglio.
 Dimenticare sarebbe  un grave torto a tutti coloro che hanno vissuto l'indicibile, anche se non ci sono mai sufficienti parole per descrivere e raccontare il male assoluto, la guerra, solo la Speranza che non si ripeta più.  

mercoledì 22 febbraio 2012

COME UN PUGNO SUL NASO


Vi sarà capitato di dover vivere un momento non particolarmente esaltante della vostra vita, di essere tristi o arrabbiati per particolari circostanze, e perdere la propria stima , vivere delle insicurezze e chiusura in se stessi, avere timore per il futuro. Uno stato d’animo,desolato, anche se non continuo ma pur sempre presente,  in modalità silenziosa,  durante l’intera giornata.
 Così capita una notte, di aprire svogliatamente la televisione, che non si riesce a prendere sonno, e, ti ritrovi ad ascoltare una storia, che ti colpisce come un pugno sul naso, e ti fa meditare, come se un’entità benevola ti parlasse, a mezzo del tubo catodico, per farti coraggio e dirti di non disperare e di non mollare.
La storia di Dominique J. Green non è una favola a lieto fine, per quanto le premesse ci siano tutte, mano a mano che si dispiega la sua vicenda, costellata di violenza, ingiustizia, sfortuna e poi riscatto, fiducia, amicizia. Prima ancora di capire, tutta la vicenda, di valutare le circostanze, le attenuanti, le assenze … ascolti la voce di una persona che non c’è più, il suo tono pacato e calmo di persona  rassegnata al suo destino, con una  sentenza di morte definitiva e sostanzialmente inappellabile, di una giustizia che investe più nel togliere la vita, che nel dare ancora un’opportunità.
  Al di là di quanto sia deplorevole la pena capitale, che condanna solo e sempre chi non è in grado di difendersi, senza considerare i problemi etici di uno Stato che sceglie la via più facile, diventa a sua volta  assassino per garantire l’ordine pubblico, sottraendosi da ben più onerosi compiti quali l’impegno di combattere con ogni mezzo l’ingiustizia e il degrado sociale. Colpisce sopra ogni cosa il percorso umano di Dominique.Nonostante i fallimenti personali e  un sistema punitivo che annichilisce e toglie la stima in se stessi, che getta nella disperazione totale, non fornendo altre prospettive di farti sentire causa principale di tutti i problemi, e quindi meritevole di essere prima isolato e poi eliminato. Green non ci sta a recitare la farsa che gli è stata imposta, e quindi decide di fare comunque del suo meglio, anche in quelle circostanze così disumane e tragiche per qualunque individuo che vi sia costretto.
Chissà se avesse avuto delle chance avrebbe potuto dispiegare le sue non comuni doti d’intelligenza, e di umanità, non sarebbe finito in carcere, a causa di amicizie sbagliate e soprattutto non avrebbe partecipato a quella maledetta rapina, poco più che quindicenne, dove un uomo, padre di famiglia, perde la vita per un magro bottino … 50 dollari. Dominique poteva patteggiare la pena ed ottenere l’ergastolo, ma non ci sta a prendersi una colpa non propria, lui non ha sparato, sebbene tutti gli indizi lo accusano senza appello, e  perfino i complici, finiscono per patteggiare, addossandogli  tutte le colpe. L’avvocato d’ufficio non ha alcuna esperienza in campo penale, così la condanna è gioco facile per chi lo accusa senza farsi troppe domande.
Chi lo ha conosciuto stenta a credere che quel ragazzo sia stato davvero colpevole, si trovano di fronte ad una persona calma, riflessiva, gentile … un bravo ragazzo, così lo definisce Mario Marazziti della comunità di Sant’Egidio di Roma, che ha preso a cuore la situazione di Dominique, e lotterà per ottenere la commutazione della pena capitale in ergastolo. Anche i familiari del defunto chiedono, inascoltati, un’altra opportunità per Green, profondamente cambiato in tredici anni di carcere. Il Vescovo Desmond Tutu, più volte in visita nel penitenziario, è colpito dalla spiritualità  e dall’umanità di quel ragazzo; noterà  da subito con sorpresa,  nonostante la tragicità e tutto il peso di quella situazione, che non vi è alcun rancore, alcun desiderio di rivalsa, ne livore, ne atteggiamenti misantropici, ne desiderio di isolarsi e chiudersi in un ostinato autismo, ma semmai un sincero desiderio di perdono e una volontà di capire e comprendere, con la serenità non di chi è colpevole e sa di esserlo, ma di chi pur offeso profondamente da un’ingiustizia tanto palese, si fa portatore a suo modo di un’istanza di giustizia per tutti coloro che non hanno visibilità e voce.
Green rinasce una seconda volta stimolato dall’affetto, dall’amore di tante persone che lo incoraggiano, lo sostengono e si battono al suo fianco per ottenere Giustizia. Non si dispera, non trattiene per se quella effimera gloria, ma condivide con chi lo ascolta il senso profondo da dare alla vita, anche quando apparentemente sembra non averne alcuno ed è prossima alla fine: irradiare Speranza e Volontà di Risorgere.

(Dominique J Green è stato giustiziato nel 2004.)  

sabato 18 febbraio 2012

MO' TE FACCIO VEDE' LI SORCI VERDI

Eccoli!!

Embè, saranno meno famosi del cavallino rampante di Francesco Baracca, ma di certo è un modo di dire divenuto di uso corrente, per significare: sconfiggere, umiliare, far passare un brutto momento a qualcuno.
Era l'emblema della 205° squadriglia di SM 79
di stanza a Ciampino, famosa per aver compiuto diverse imprese sportive e macinato record di tutto rispetto.
Prima o poi capita, nella vita, di dover fare i conti con chi " ti da filo da torcere", chi è più bravo.
 In una esercitazione, fine anni trenta, la 205° fu battutta dalla 51° caccia, anch'essa stanziata a Ciampino, denominata i "gatti neri" , dotata   di Fiat G.50,  riuscì ad impedire ai "Sorci Verdi" di portare a buon fine l'attacco simulato  su Roma.

Alla fine della missione, all'apice di una grande euforia per aver sconfitto i blasonati avversari, i piloti dei caccia, dipinsero sulle fusoliere un "Gatto nero" che scompagina tre "sorcetti verdi".

Il "Gatto nero con i tre topolini verdi" rimase l'invariato emblema del 51º Stormo, oggi stanziato a Treviso ed operativo su AMX.

Di questo aereo ho un flash personale legato al mio servizio di leva: Estate 1986, una calda ed assolata pista di decollo, del Centro Sperimentale Volo di Pratica di Mare. Non ero autiere di quella base, ma accompagnai un ufficiale dello S.M.A, ed ebbi modo di assistere a bordo pista ad uno dei  voli di  collaudo, di questo aviogetto dalla linea inconfondibile.
Ogni trasferta a Pratica di Mare si rivelava una sorpresa, come la visione ravvicinata delle Frecce Tricolori  prima della loro partenza per gli Stati Uniti d'America, nell' Agosto 1986. In quella occasione accompagnai, a Pomezia, alcuni componenti della "Troupe Azzurra", del Reparto dello Stato Maggiore Aeronautica - Centro Produzione Audiovisivi specializzati in riprese fotografiche, cinematografiche e televisive. Le loro riprese sono leggendarie quanto la pattuglia acrobatica.

Per chiudere il cerchio, prima della costituzione della 313° Gruppo Addestramento Acrobatico e della P.A.N. (Pattuglia Acrobatica Nazionale), a turno ogni stormo forniva piloti e mezzi: Tra questi il primo stormo ad esibirsi nel 1947 sugli inglesi  Spitfire Mk IX, fu proprio il 51°

domenica 12 febbraio 2012

QUAND JE BOIS DU VIN CLAIRET

Molto in voga soprattutto in Francia, ma anche in Italia e Spagna, una danza di coppia denominata Tourdion, di andamento rapido, con passi vicini al terreno leggeri e concitati. Thoinot Arbeau, nel suo trattato Orchésographie pubblicato nel 1589, ne dà una descrizione dettagliata.
Possiamo immaginare che Giulietta e Romeo con molta probabilità, incrociarono i loro primi sguardi, sfiorandosi le mani, con questa danza, molto diffusa a quei tempi, e che ben si adatta all’atmosfera festante del loro primo incontro.


Testo:

Quando bevo il vin chiaretto,
amici, tutto gira, gira, gira, gira,
così ormai bevo solo Anjou o Arbois.
Cantiamo e beviamo,
facciamo guerra a questa coppa,
 cantiamo e beviamo, amici, dài beviamo!

Il buon vino ci ha reso allegri, cantiamo,

dimentichiamo le nostre pene.

Mangiamo un grosso prosciutto,

facciamo guerra a questa coppa.

Il buon vino ci ha reso allegri,

cantiamo, dimentichiamo le nostre pene.